L’Europa attacca la Somalia

On May 15, the EU naval force carried out its first air strikes along the Somali coast against pirate bases on shore. In December 2008, the EU launched Operation Atalanta, the Union’s first operational naval deployment outside of European waters, with up to 10 warships off the Horn of Africa. In Mach 2012, a new EU mandate has permitted its naval force to attack pirate targets onshore, as well as offshore. However, such a large EU naval force seems hardly necessary considering the very small resources of the pirates. When put in the context of international naval rivalry, this escalation could hint at European naval power projection into the Indian Ocean/Gulf of Aden arena.

Questo è quanto viene riportato sul sito http://www.globalpolicy.org/ e da altri organi di stampa. La forza navale in missione nel Golfo di Aden e vicino alle coste somale ha attaccato le basi dei pirati sulla terra, cambiando la forma e la sostanza della missione ATALANTA, lo scorso 15 maggio. Il fenomeno della pirateria costa all’economia mondiale circa 7 miliardi di dollari l’anno, ed è concentrato sulle grandi rotte commerciali. Gli elicotteri che hanno lanciato bombe a terra, contro Bander Beyla, Eyl e Garacad (le presunte basi terrestri dei pirati) segnano un passaggio profondo nella lotta alla pirateria, sotto vari punti di vista.

Prima di tutti, la politica: il via ufficiale alla missione è stato dato in seguito alle decisioni del Consiglio dell’Unione Europea il 23 marzo, in linea con la risoluzione 1851 del CdS [Consiglio di Sicurezza dell’ONU]. L’intervento armato sarebbe stato condotto con il benestare del governo somalo, che ha alcune peculiarità, tra cui il fatto di essere transitorio, e di essere sì riconosciuto a livello internazionale, ma solo in quanto creato ad hoc dalla Comunità Internazionale dato che la Somalia, de facto, non esiste più. Puntaland e Somaliland, due grandi regioni dell'(ex?) Paese africano sono indipendenti, e la seconda è pronta per farsi riconoscere a livello internazionale. Il governo di Mogadiscio, perciò, regge solo grazie agli interventi occidentali e dell’OUA [Organizzazione Unione Africana], che ha potenziato i “caschi verdi” del Burundi per combattere i ribelli di Al-Shabab, vicini ad al-Qaeda, e, pare, in contatto costante con i ribelli del Mali che hanno preso il potere negli ultimi due mesi.

“Crediamo che questa azione della forza navale europea aumenterà ulteriormente la pressione sui pirati e interferirà con i loro sforzi di prendere il mare per attaccare navi mercantili” ha dichiarato Duncan Potts, contrammiraglio a capo della missione. Ma la sostanza di ATALANTA cambia radicalmente, se da azione difensiva è diventata offensiva, e per di più in territorio “sovrano”. Grazie alla capacità di organizzazione dei pirati, alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno intrapreso strade spesso giuridicamente e militarmente difficoltose, come la scelta di mettere a disposizione delle compagnie di navigazione alcuni militari senza specificare particolarissime regole d’ingaggio (è il caso dei due fucilieri italiani del Reggimento San Marco – detti marò).

Al di là delle implicazioni future di tali missioni, c’è un aspetto da vedersi anche in maniera positiva in questa vicenda, ovvero la dimostrazione di una possibile integrazione, sempre maggiore, tra le unità militari e di intelligence dei Paesi membri dell’UE. Integrazione che, visti i costi e la crisi, potrebbe essere una chiave di volta importante per la politica estera comune, miraggio o utopia fino ad oggi. E il prossimo luglio, i Paesi membri dell’UE saranno 28, dato l’ingresso della Croazia.

Ha davvero senso che esistano 28 apparati bellici paralleli?

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