Signor Ministro, continuiamo così? Di Paola @ UniPv

Questa mattina si è svolta la lectio magistralis “La NATO e l’Unione Europea attori globali della sicurezza” del Ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo di Paola, presso l’Aula Magna dell’Università di Pavia. Eravamo presenti alla “aperta discussione”, come l’ha chiamata il Ministro, e siamo anche riusciti a porgli un paio di domande.

Invitato dalla Facoltà di Scienze Politiche, rappresentata dal prof. Silvio Beretta, Di Paola ha parlato a braccio per un’ora ai presenti, tra cui alcuni studenti, molti professori, e plotoni di personale di sicurezza.

E proprio di sicurezza ha parlato Di Paola, introdotto dal rettore Angiolino Stella: “La sicurezza è un bene primario. Non parliamo solo di carri amrati e F35, ma anche di capacità militari, scienza, conoscenza, ricerca. La realtà geopolitica di oggi è qualcosa di completamente diverso da prima, ed applicare quella visione di contrapposizione manichea  Est-Ovest, categorie fondanti per oltre 50 anni, è assolutamente errato. Siamo ben al di là della contrapposizione est-ovest. So che ci sono degli antiglobalizzatori, ma ormai dobbiamo accettare questa realtà che permea ogni aspetto della nostra vita.”

La globalizzazione, in sostanza, deve essere regolata, dato che rappresenta il substrato della nostra stessa sicurezza. Su questo concetto Di Paola si sofferma a più riprese, come a voler difendere lo stesso apparato della Difesa da eventuali critiche. Critiche che, peraltro, non mancano, data la contestazione esterna che resiste sotto il sole per l’intera durata dell’intervento del Ministro, e le domande puntigliose di alcuni studenti che si soffermano sulle spese militari italiane.

“Gli F35? Adesso tutti chiedono di questi aerei, ma non si può parlare solo di quello!” sbotta il rappresentante delle Forze Armate, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa fino al 2008, e poi Presidente del Comitato Militare della NATO [http://it.wikipedia.org/wiki/Giampaolo_Di_Paola]

“Le nuove realtà geopolitiche, i BRICS [Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa], sono ormai perfettamente in grado di competere con le grandi potenze mondiali, si stanno armando. Ma cerchiamo di non vedere solo le armi, guardiamo a più ampio spettro; le armi sono solo uno strumento di politica estera, rappresentano uno dei rami del livello di diplomazia e dei rapporti tra gli Stati.”

“Dobbiamo avere”, continua il Ministro, “Un approccio omnicomprensivo. Non parliamo di sicurezza solo in riferimento ai cannoni, ma abbiamo un approccio olistico, multilivello e multimediale, che comprenda la diplomazia e lo scambio di informazioni e ricerca.” In base a queste affermazioni, abbiamo chiesto al Ministro se avesse potuto spiegarci meglio in cosa consiste la parte militare del programma italiano Cosmo-Skymed, lamentando le scarsissime informazioni al riguardo, oltre che al RIS, il servizio segreto voluto dal suo predecessore, La Russa, controllato solo dalla Difesa. [https://laprospettivadelfunambolo.wordpress.com/2012/06/03/cosmo-skymed-litalia-spia-il-mondo-e-nessuno-lo-sa/]

Ma la risposta di Di Paola, ovviamente è stata piuttosto vaga: “Non esiste nessun elemento di segretezza, Cosmo-Skymed rappresenta solo uno strumento di cui disponiamo per meglio dispiegare le nostre unità ed evitare i pericoli. Inoltre scambiamo le nostre informazioni con gli alleati..”. Sarà, peccato che però non esistano informazioni al riguardo. Ma certamente la colpa è dell’informazione, oziosa su questi temi.

“Gli afghani ci chiedono di non lasciarli soli. Non hanno bisogno delle nostre truppe sul loro suolo, hanno bisogno che le loro forze di sicurezza siano affiancate da personale altamente specializzato come il nostro per meglio stabilizzarsi”.

E ancora: “L’esempio di queste nuove sfide, tra cui le grosse instabilità regionali, come la Siria, non significano che ogni problema si risolva alla stessa maniera. Guardate che succede in Egitto, in Tunisia, in Libia. Le crisi non si risolvono solo attraverso gli interventi armati, guardiamo le crisi in atto. È una guerra civile quella che sta avvenendo in Siria,e anche noi ci siamo passati.” Ma non potremmo allora davvero iniziare a parlare di un esercito europeo che si sviluppi in maniera completamente diversa e che si possa occupare di questioni più contemporanee dei bombardamenti a tappeto e dei semoventi d’artiglieria? “Il problema è politico”. Un mantra che accontenta un po’ tutti, insomma.

“Il terrorismo non ha patria o confini, va e viene, si consolida nei santuari. Guardiamo che succede nel Corno d’Africa: dove non c’è statualità il terrorismo va a nozze. Non vogliamo sostituirci ai somali o agli yemeniti, ma vogliamo contribuire a solvere i problemi in situ, perchè la sicurezza in altre zone del mondo, significa la nostra sicurezza qui, a casa”.

Lo shifting statunitense [cambio di visione geopolitica per cui gli USA puntano l’attenzione sul lato Asia-Pacifico per i prossimi anni, data la crescente instabilità tra i giganti economici e demografici presenti nell’area] impone peraltro che la connessione tra informazione, ricerca, scienza, formazione e sviluppo sia sempre più forte. Abbiamo perciò bisogno di una NATO, sostiene Di Paola quindi, che si rafforzi negli impegni internazionali per instaurare sicurezza in ampie zone regionali anarchiche o a rischio. Certamente il Ministro della Difesa non usa termini come “esportare la democrazia”, termine che rifiuta esplicitamente, ma sembra che la visione strategica italiana (Europea? della NATO?) non pensi a cambiare di una virgola. Anzi, serve che la tecnologia sia sempre più supportata per i fini bellici.

L’Aula Magna dell’Università di Pavia

Signor Ministro, non pensa che ci sia un eccesso di tecnologia nella visione strategica? “No, vede, la scienza deve supportare sempre di più il soldato, che acquisisce competenze tecniche sempre maggiori.” Ma questo non va a discapito della formazione dell’uomo-soldato? “Ma no”. Ah, ok.

“Non c’è niente di più politico dell’uso dello strumento militare.”

Su quest’ultima affermazione di Di Paola non possiamo che essere d’accordo. Tuttavia, se qualcuno spera che possano esserci cambi radicali nell’applicazione e nell’uso dei militari, si sbaglia (ed è un grande sbaglio).

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