Mare Nostrum versione cinese

Della Cina si parla spesso in relazione alla sua economia, i diritti umani negati, la pressione demografica e alla sua eventuale capacità strategica nei confronti del mondo occidentale. Ma la Cina dispone di 18.000  chilometri di fascia costiera, che si affaccia sull’area del Pacifico, del Mar Giallo e del Mar Cinese, con vicini di casa non poco attenti ai propri domini.

I “cugini” del mostro cinese, ai nostri occhi, sembrano insignificanti, schiacciati dall’insanabile gap con un gigante economico tale. Eppure Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia (composta da 17.000 isole e “solo” 240 milioni di abitanti) non sembrano per nulla intenzionati a lasciar veleggiare la Marina della Repubblica Popolare indisturbata.

L’ultima pietra dello scandalo è stata la scaramuccia della Secca di Scarborough, un pugno di scogli insignificanti nello scacchiere della high politics, ma invece carichi di pericolosità. La Cina infatti li rivendica come propri, ma le Filippine non sono dello stesso parere. E dato che esse rimangono sotto l’ombrello protettivo degli USA, tale genere di tensioni, considerate minori, possono sempre sfociare in un problema di più ampia portata.

La diplomazia classica, perciò, sembra essere un buon viatico per evitare pericolose ripercussioni, anche se manifestazioni anticinesi si sono già manifestate a Manila. L’Indonesia potrebbe essere l’intermediario ideale per questo genere di questioni, data la portata della sua economia, geografia e popolazione.

Membro del G20, è tra i fondatori dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), è partner commerciale di Stati Uniti e Cina. Un conflitto nella zona, soprattutto navale, non gioverebbe a nessuno, men che meno alla sconfinata flotta commerciale della Cina. Tuttavia la minaccia militare è sempre tra le migliori opzioni per la diplomazia cinese, grazie alle sue possibilità.

Il problema più grande della strategia navale cinese è la costrizione dello Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malesia), attraverso il quale passa la maggior parte delle rotte commerciali (comprese petroliere e gasiere).

I due più recenti documenti per la sicurezza del Paese sono il China National Defence 2002 e il Libro Bianco della Difesa 2006. Entrambi guardano fino alla metà del XXI° secolo, con i seguenti obiettivi primari:

  1. – entro il 2020 ottenere un progresso decisivo nelle capacità militari;
  2. – entro il 2050 essere in grado di vincere guerre informatizzate [cyberwar].

Insomma, pare che lo shifting statunitense [strategia per cui dall’area atlantica ci si sposta progressivamente all’analisi dell’area del Pacifico] abbia colto nel segno, almeno per quanto riguarda gli aspetti puramente militari e di navigazione. Rimane il fatto che la Cina sembra frustrata da un immenso apparato militare che per interesse economico non può mettere in moto. La Marina, in primis, sarebbe la naturale esposizione di un Paese con tali peculiarità geografiche, e in questo settore, infatti, stanno avendo luogo i più importanti sviluppi.

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2 risposte a “Mare Nostrum versione cinese

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