I 400 missili fantasma

Missili, razzi anticarro e katiuscia, kalashnikov e munizioni: ne erano piene le gallerie-bunker della Marina militare scavate nell’Isola di Santo Stefano, arcipelago della Maddalena. Tanti da armare un esercito. Partite dall’ex Unione Sovietica, destinazione i Balcani in guerra, nel 1994 le armi furono intercettate su una nave nel Canale d’Otranto e sequestrate. Devono essere distrutte, aveva ordinato il tribunale di Torino. Invece quasi un anno fa missili, razzi e kalashnikov sono stati portati via dal bunker, consegnati dalla Marina all’Esercito, sbarcati nel Lazio, spariti nel nulla. E la magistratura di Tempio Pausania, che aveva cominciato a squarciare il mistero – finiti in Libia e in Afghanistan? – si è trovata davanti al muro del segreto di Stato: la presidenza del Consiglio impose l’alt a ogni accertamento sulla destinazione finale delle armi.

Fin dall’inizio un intrigo internazionale: trame da 007 fra Ucraina e Croazia, «soffiate» ai servizi di sicurezza di Gran Bretagna e Italia, i fili del traffico manovrati da una rete di uomini d’affari dei Paesi dell’Est, in carcere anche uno degli oligarchi della nuova Russia, Alexander Borisovich Zhukov. Ora è «giallo»: 4 container, scortati da mezzi dell’Esercito, sono stati imbarcati su un traghetto della compagnia Saremar dalla Maddalena a Palau e da Olbia su una nave della Tirrenia (con 600 passeggeri a bordo) per Civitavecchia. Quante armi sono state portate via dal bunker? Era il primo viaggio o l’ultimo? Missili nelle navi con passeggeri, un rischio: perché?

L’isola di Santo Stefano per 36 anni è stata base Usa di sommergibili nucleari, gli americani sono andati via nel 2008. Vicino all’ormeggio della nave-officina dei sottomarini si apre una galleria nella roccia, deposito (si diceva, mai però una conferma) anche di missili con ogive nucleari. Lì era custodito l’arsenale sequestrato nell’Adriatico: 400 missili Fagot con 50 postazioni di tiro, 30 mila mitragliatori AK-47, 5 mila razzi katiuscia, 11 mila razzi anticarro, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori. Contenuti in casse, accatastate su più file, inventariate in un lungo elenco, l’originale al tribunale di Torino, le copie presso i comandi militari.

La Jadran Express, bandiera maltese, portava le armi in Croazia, marzo 1994. Ai servizi di sicurezza britannici e italiani la «soffiata» giusta: Volodymir Kulish, capo degli 007 ucraini, aveva collocato a bordo un segnalatore satellitare; gli impulsi furono raccolti da una corvetta inglese e da un pattugliatore italiano, la Jadran costretta ad attraccare a Taranto. Alla trama internazionale si arrivò qualche anno dopo e per caso: in Piemonte la direzione antimafia aveva scoperto l’enorme giro d’affari di due società fantasma (attività di facciata, cartolibrerie) e ripercorso il filo dei collegamenti con il manager ucraino Dmitri Streslinky, amministratore di Sintez e Global Tecnology, holding di finanza e petrolio controllate da Alexander Zhukov.

Zhukov, nipote del maresciallo Giorgij, capo dell’Armata rossa nella Seconda guerra mondiale, e padre di Dasha, compagna di un altro oligarca, Roman Abramovic, è stato il solo (9 ordini di carcerazione) a essere arrestato. Andarono a prenderlo a Porto Cervo, aprile 2001, nella villa che aveva da poco acquistato per 8 miliardi di lire dal costruttore romano Giulio De Angelis, padre di Elio, pilota di formula 1.Ma dichiarando in tribunale che non erano previsti scali in porti italiani, il comandante della Jadran ha smantellato le accuse: traffico d’armi estero su estero, difetto di giurisdizione, Zhukov e gli altri 8 assolti, ordinanza di distruzione delle armi.

L’inchiesta del sostituto procuratore di Tempio Pausania Riccardo Rossi è partita proprio da qui: perché non sono state distrutte e invece portate via? A chi sono finite? Nel bunker di Santo Stefano ne sono rimaste ancora?

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