Atene al giro di boa

Fino a pochi anni fa, guardavamo ai nostri “cugini” greci come ad una copia del popolo italiano: mediterranei, un po’ restii (per cosi’ dire) a rispettare le ferree regole degli europei continentali, lavoratori ma anche amanti del clima e della vita calda che solo il mare puo’ offrire.

Ad oggi, i greci hanno infranto ogni tipo di sogno, non soltanto di ricchezza, ma di prospettiva. Secondo i dati presentati nelle ultime ore, nello scorso luglio il tasso dei senza lavoro è salito al 25,1% contro il 24,8% del mese precedente e il 17% di dodici mesi prima.

Un greco su quattro non trova un impiego. La situazione è drammatica soprattutto tra i più giovani dove il tasso di disoccupazione ha bruciato l’ennesimo record europeo balzando al 54,2%.

La cura imposta dalla Troika (FMI, UE, BCE), in cambio di 230miliardi di euro di aiuti (una cifra già di per se impressionante), non ha avuto gli effetti sperati, quantomeno sul recupero dell’economia reale.

Il punto, infatti, é proprio questo: la realtà dei fatti.

Al di là dei conti e dello spread, al di là dei tassi d’interesse e del rating internazionale, sembra già incredibile che non si registri una guerra civile, o comunque un caos gigantesco nel Paese che fu, di fatto, la base di millenni di storia europea. Come si fa a dire a chi ha ancora un lavoro, dopo che si é visto bruciare nel corso di 5 anni qualcosa come il potere d’acquisto ottenuto in una vita di lavoro, che metà del suo salario andrà in tasse, o, meglio, in ripianamento di debiti finanziari? Quell’uomo, o quella donna, si chiederanno soltanto: dove sono andati a finire i miei soldi? Per quale motivo ho lavorato per anni, per poi non avere nulla, neanche in termini di speranza o prospettiva sociale?

Atene ha già bruciato il 22% del Pil in quattro anni. E la caduta pare senza fine: quest’anno l’economia frenerà un altro 6,5% e per il 2013 le stime parlano di un – 3,8%. L’unico sprazzo di luce è il lievissimo aumento (+2,5%) della produzione industriale in agosto grazie al recupero di competitività del costo del lavoro nazionale.

Il governo di Antonis Samaras sta preparando una nuova tornata di tagli da 13,5 miliardi – compresi sacrifici occupazionali nel settore pubblico – per sbloccare la tranche di aiuti (31,5 miliardi) di BCE, FMI e UE. Senza quei soldi, ha detto il ministro alle finanze Yannis Stournaras, “le casse dello stato saranno vuote a metà novembre“. Da fine 2009 ad oggi, Atene ha mandato in porto manovre finanziarie per riequilibrare i conti dello stato pari a 77 miliardi, qualcosa come il 35% del PIL. Come se l’Italia fosse stata costretta a tagli per 600 miliardi. I sindacati hanno proclamato l’ennesimo sciopero generale per il 18 ottobre, in occasione del primo giorno di discussione all’Eurogruppo sul caso Grecia.

Christine Lagarde, numero uno dell’Fmi, ha preso atto della situazione e ieri è arrivata ad ammettere che il paese ha bisogno di due anni in più per riuscire a mandare in porto il risanamento. Dovrà convincere però i falchi tedeschi e del nord Europa che – malgrado i sorrisi di Angela Merkel nella sua visità di martedì ad Atene – non paiono disposti a concessioni.

Il Governo è messo in difficoltà da una serie di scandali, nei sondaggi continua a crescere la sinistra radicale di Syriza anti-memorandum e (questo il grande incubo dell’Europa) i neonazisti di Alba dorata che sarebbero ormai il terzo partito del paese al 20%.

Le ultime dichiarazioni pubbliche degli esponenti del governo greco ricordano che l’ultima volta che un paese europeo si trovo’ in una situazione simile, si arrivo’ al nazional-socialismo di Hitler. Chiaramente la situazione é diversa, ma quanto potrà reggere ancora la situazione in paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, passati direttamente dall’essere chi un rampante cavallo europeo, chi un pilastro dell’Unione Europea, a pesi sociali da cui staccarsi il prima possibile?

La domanda che si ripete é ancora una: per quanto reggeremo?

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Una risposta a “Atene al giro di boa

  1. A dire il vero per trovare un caso che abbia qualche similitudine non c’è necessità di parlare degli anni trenta del ‘900. Basta guardare all’Islanda di pochi anni fa.

    L’orientamento dei galantuomini dell’Fmi, dopo la truffa internazionale che aveva addossato agli islandesi il buco dei mutui spazzatura americani a britannici, era quello di ridurre in catene gli islandesi e farli pagare in eterno i debiti che avevano arricchito qualcun altro.

    Andò a finire che si fece avanti la Russia, offrendo di pagare tutto; in cambio l’Islanda sarebbe entrata nella sua sfera di influenza. Davanti a questa pericolosa offerta, gli occidentali pensarono di diventare più gentili con gli isolani. Il resto è storia.

    Ora la domanda è: quand’è che i greci si decidono a telefonare a Mosca o a Pechino? In grande stile intendo.

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