Il punto sull’Afghanistan

L’ultima visita del Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha visto un susseguirsi di discorsi da parte dei comandanti italiani che avevano tutti la stessa base: “Adesso tocca agli afgani”. A fine settembre Di Paola, in visita alle base italiane avanzate a Bakwa, Farah e Shindand, ha ripetuto che “stiamo andando avanti con il passaggio di responsabilità ai locali“.

Il Ministro Di Paola in visita in Afghanistan

Il lungo processo di “afganizzazione” continua rapido, in attesa del 31 dicembre 2014. E’ vero, come ripete il ministro, che con quella data l’impegno della comunità internazionale non cesserà. Si capisce molto bene, quando si guardano i lavori al gigantesco aeroporto di Shindand, voluto dagli americani e in piena fase di ampliamento, o i più modesti programmi di sistemazione logistica nella parte italiana delle basi. Ma per ora non è del tutto chiaro “come” si svolgerà l’assistenza internazionale al governo di Kabul. E dunque il trasferimento delle consegne deve procedere, i programmi di addestramento delle forze armate locali vanno a pieno ritmo.

A Shindand, per esempio, una squadra guidata dal colonnello Efrem Moioli sta facendo da levatrice per la nascita dell’Aeronautica militare afgana. Bisogna insegnare l’arte di pilotare un elicottero a un gruppo di giovani – “motivati e brillanti”, dice un istruttore – e non è sempre facile. La flotta ad ala rotante della repubblica islamica di Afghanistan per ora è composta da anziani elicotteri di progettazione sovietica, soprattutto Mi-17 ma anche Hind Mi-24 d’assalto, macchine con un buon rapporto costi/qualità, ma molto diversi da quelle utilizzate di norma. La concezione dei mezzi prodotti in Russia è completamente diversa, aggiunge l’istruttore, “gli strumenti di bordo sono in cirillico, le pale girano in direzione opposta a quella a cui eravamo abituati, è come andare in un’auto con la guida a destra. Si può fare, ma ci vuole concentrazione”. L’Aeronautica italiana può già vantare 84 allievi addestrati, fra piloti, tecnici di volo e mitraglieri di bordo.

L’Esercito afgano è cresciuto, grazie anche alle attività di affiancamento dei diversi contingenti ISAF. A Bakwa il colonnello Chiti sottolinea con forza che “questa è casa loro“, e dunque tutta l’attività si svolge all’insegna del massimo rispetto per le autorità e per le forze locali, polizia ed esercito. E’ una zona di traffici “maligni”, dice Chiti. Le attività dei cosiddetti “insurgent”, cioè gli elementi ostili (Taliban, ma anche trafficanti e criminali comuni) sono tenute sotto controllo dalle forze locali anche grazie al sostegno dei mezzi Nato. Ma secondo l’Anso, l’organizzazione che registra gli attacchi per garantire la sicurezza del lavoro umanitario, la provincia di Farah è sempre una delle più pericolose, con più di due attacchi al giorno.

In ogni caso, il lavoro di sostegno al nuovo Afghanistan è a una nuova fase: da quella delle attività congiunte, si è passati a quella dell’assistenza, e ora le forze ISAF sono in una posizione da consiglieri. Insomma, buona parte della responsabilità è ormai su spalle afgane, anche se questo comporta nuovi rischi. E’ in aumento il numero di incidenti “Green on Blue“, verde su blu, come le forze Nato chiamano i casi di soldati afgani che aprono il fuoco sulle truppe dell’alleanza. I comandi italiani tendono a ridimensionare il problema, attribuendo molti casi a incomprensioni di carattere personale, più che a infiltrazioni dei Taliban. Come che sia, quest’anno gli incidenti del genere sono stati già 50, contro i 30 dell’anno passato.

Il lavoro fatto, comunque, è stato di ottimo livello, sintetizza il ministro, ringraziando soldati e ufficiali. Nonostante gli elogi, alcuni di loro non resteranno soddisfatti: il piano di rimodulazione dello strumento militare che il ministro ha presentato in Commissione al Senato prevede risparmi orientati soprattutto verso i tagli degli effettivi più che verso la rinuncia a controversi sistemi d’arma, spesso considerati non necessari per la politica estera italiana. Il piano impone che una robusta fetta di soldati, nonostante il “buon lavoro”, debba essere, come dice il ministro, “reimmessa nel mercato del lavoro”. In parole povere, molti giovani veterani dell’Afghanistan resteranno disoccupati.

Fonte: Repubblica.it

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