USA 2012 – L’incubo di Obama

Usualmente preferiamo scrivere noi stessi tutti i post, ma questa volta abbiamo deciso di ospitare integralmente l’articolo apparso su http://www.meridianionline.org per parlare delle elezioni americane.

Testo di Matteo Arisci.

“Manca una settimana. Martedì prossimo Barack Obama saprà se gli americani gli concederanno un altro mandato o se Mitt Romney avrà l’onore di riarredare l’ufficio ovale.

L’incertezza è palpabile. I sondaggi elettorali suggeriscono un margine di vantaggio per Obama. Romney è in testa a livello nazionale, ma se guardiamo ai grandi elettori dei singoli Stati la matematica dice che Obama ha più chances. Ha più risultati utili a disposizione per arrivare alla vittoria. E’ capitato una volta sola negli ultimi cento anni che un candidato avesse più voti su base nazionale ma che poi perdesse le elezioni. Era il 2000 e Al Gore cedeva il passo a George W. Bush dopo una conta all’ultimo voto in Florida.

Nell’intricato sistema dei grandi elettori è facile intuire quali Stati siano effettivamente in palio e quali invece vadano considerati già assegnati. Ne deriva una partita di risiko dove i due contendenti non si azzardano a contendersi il controllo degli Stati blu e degli Stati rossi. I piccoli carri armati del caso – gli spot elettorali in tv, le interviste, i comizi in pubblico – vengono piazzati negli Stati incerti. Tutto diventa tattica elettorale mentre, con l’avvicinarsi dell’ora x, svaniscono le grandi strategie elaborate negli ultimi mesi dai due schieramenti.

Il dado è tratto. Non resta che attendere che responso ne uscirà. Certo ci potrebbero essere sorprese a modificare le sorti della partita, come piccole catastrofi in Medio Oriente (o a Bengasi) o quelli che nel mercato assicurativo si chiamano “atti di Dio”, ossia eventi imprevedibili fino a qualche giorno fa come un uragano che si abbatte sulla cosa orientale.Fra una settimana Barack Obama potrebbe dover leggere un concession speech, ossia il cortese messaggio di complimenti che riconosce la vittoria di Romney. Se questa eventualità si realizzasse il motivo principale sarebbe però la batosta del primo dibattito televisivo.

Sin da prima delle primarie repubblicane Barack Obama è stato in vantaggio nella maggior parte dei sondaggi. Alla domanda “votereste ancora per il presidente” la maggioranza rispondeva no. Ma posti di fronte alla scelta tra Obama e gli altri candidati repubblicani il vantaggio era netto. Mitt Romney è rimasto a lungo a debita distanza.

Quando la contesa elettorale si sarebbe dovuta scaldare, entrando nel vivo, in realtà è sembrata raffreddarsi. Il discorso fiacco di Romney alla convention repubblicana di Tampa, Clint Eastwood e la sua sedia vuota. La scelta di un vice come Paul Ryan rivelatosi incapace di convincere la base. La terribile gaffe sul 47% di americani che non avrebbero votato per Romney perché incapaci di rinunciare all’assistenzialismo. C’è stato un momento, non più tardi di un mese fa, in cui i carri armati repubblicani sembravano sempre più sparuti nella mappa elettorale. Nancy Pelosi annunciava: “Tutti a Washington sanno che Mitt Romney non sarà presidente”. Emblematica un’intervista a Paul Ryan su Fox News (la Tv di Murdoch estremamente vicina ai repubblicani) in cui il conduttore domandava “Perché lei e Romney state perdendo queste elezioni?”.

Dati alla mano alcuni prospettavano una vittoria schiacciante per Obama. Probabile che molti sondaggi fossero ancora troppo “acerbi” e che il peso degli indecisi abbia cominciato a farsi sentire nelle ultime settimane, riequilibrando le previsioni verso una situazione di sostanziale equilibrio.

Ma è stato soprattutto il dibattito a cambiare la storia di queste elezioni americane. Quel dibattito. Romney non era mai stato così brillante in questa campagna elettorale, e nemmeno in quella del 2008. Obama non era mai stato così remissivo, assente, debole e distante dagli elettori. Romney che attacca e Obama che non risponde, non difende il suo operato e nemmeno riesce a far leva sulle mancanze dell’avversario.

Ecco così materializzarsi improvvisamente “the big mo”, il momento di Mitt Romney. Un vento in poppa che prima o poi bacia qualsiasi candidato. A quel punto sta a lui sfruttarlo. Il “big mo” di Romney non è arrivato dopo la convention, a due mesi di distanza dalle elezioni, lasciando ai democratici il tempo e lo spazio di una controffensiva, ma dopo il primo dibattito quando lo spazio di manovra scarseggia e quando il vento in poppa è difficile da fermare.

Manca una settimana. E se martedì prossimo verranno pronunciate le parole “President Romney” c’è da scommettere che l’incubo che assalirà le notti Obama sarà quel dibattito. Come un rigore decisivo sbagliato al 90 minuto. Come l’ultima mano giocata male in una partita di poker. Come una serata in cui quasi quasi sembra che non vuoi vincere.”

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