La presa di Goma e il fallimento dell’ONU

La politica internazionale degli ultimi giorni ha avuto i maestosi titoli di rito per quanto riguarda l’attacco israeliano nella Striscia di Gaza, e per qualche giorno il mondo si è ricordato di quanto la politica estera non sia soltanto composta dai convegni e dai congressi, ma più spesso dai razzi e dalle bombe.

Nel frattempo, circa 5.000 Km a sud  di Gaza, la città di Goma, capitale della provincia Nord Kivu della Repubblica Democratica del Congo, veniva attaccata con razzi e fucili mitragliatori e conquistata da parte del Gruppo M23.

Il Gruppo M23 prende il suo nome dalla data del 23 Marzo 2009, quando fu firmato l’accordo di pace tra un gruppo di miliziani supportati dal Rwanda [chiamato CNDP – Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo] e l’Esercito Nazionale Congolese [FARDC]. Tuttavia lo scorso aprile l’accordo è saltato, e circa 700 soldati proveniente dal CNDP hanno formato il Gruppo M23.

Insieme all’FDLR [Forces démocratiques de libération du Rwanda], il Gruppo M23 ha occupato la città di Goma, composta da più di un milione di persone. Allo spettacolo hanno assistito circa 1500 caschi blu delle Nazioni Unite, che non hanno battuto ciglio, dal momento che il mandato della missione MONUSCO comprende 22mila soldati sparsi per il paese, ma non contempla la facoltà di sparare ai ribelli, non potendosi sostituire alle forze nazionali della Repubblica. Con il silenzio delle armi dell’esercito, i soldati dell’ONU non hanno potuto far altro che assistere inermi alla presa della città.

Qui di seguito potete trovare la testimonianza diretta di Francesco Perini, un ragazzo di Torino di 26 anni. È uno dei responsabili di YouAid, un movimento che promuove progetti di sviluppo in Africa utilizzando un sistema di rete sociale di condivisione.
In questo momento si trova in Rwanda, poco distante dagli scontri degli ultimi giorni. Riportiamo integralmente il suo messaggio:

“Mi chiamo Francesco Perini, sono un giovane ricercatore dell’Università degli Studi di Torino e mi trovo qui in Ruanda da poco più di un mese per sviluppare un progetto di ricerca proposto dalla onlus NutriAid sul tema dell’acquisizione di terre su larga scala [land-grabbing] e sull’impatto di tale fenomeno sulla sicurezza alimentare delle popolazioni rurali.
Qui a Kigali mi trovo in compagnia di 4 volontari italiani “sfollati” in un primo momento da Goma [Repubblica Democratica del Congo] e successivamente da Gisenyi [Ruanda].
Due di loro ci hanno contattato la settimana scorsa per richiedere ospitalità in occasione di un convegno che si è tenuto qui a Kigali, tuttavia l’avanzata del gruppo dei ribelli denominato “M23” [Movimento del 23 Marzo] ha impedito loro di tornare a Goma, dove hanno lasciato tutti i bagagli e tutti quei beni di conforto che aiutano a rendere il loro (ed anche il mio) soggiorno quaggiù più sostenibile.
Il Movimento del 23 marzo è l’erede diretto del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo [CNDP], una formazione paramilitare di Tutsi di base nelle province orientali del Congo dal 2006, che negli anni ha assunto un ruolo fondamentale nel conflitto del Kivu, combattuto dalle milizie della regione contro le forze governative del Congo.
Gli ultimi due volontari arrivati qui a Kigali, dopo aver trascorso una notte presso la base militare MONUSCO, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, hanno lasciato Goma, con l’obiettivo di rifugiarsi a Gisenyi , la prima città ruandese che si incontra attraversando il confine fra i due Stati. Secondo i loro racconti, è l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari [OCHA] ad aver segnalato sia al personale delle Nazioni Unite, sia al personale espatriato a Goma , la possibilità di passare la notte presso la loro base.
Contrariamente alla missione di questo contigente, ovvero la protezione della popolazione civile, l’accesso alla base è stato preventivamente negato alla popolazione congolese.
I volontari raccontano che al loro arrivo, dopo una breve registrazione, sono stati disposti in una grande sala riunioni, priva di letti e di qualsiasi facilitazione.
Dopo circa un’ora è stato portato loro un litro d’acqua ed è stato comunicato che solo chi avesse avuto un tesserino delle Nazioni Unite avrebbe avuto diritto ad un pasto, ad un materasso o ad una brandina, di conseguenza tutto ciò è stato loro negato.
Nel primo pomeriggio di lunedì 19, sono sopraggiunte le prime bombe anche su Gisenyi, la città ruandese situata al confine, presumibilmente sicura fino a quel momento. Abbiamo ricevuto una telefonata dei due volontari durante la quale, con voce decisamente turbata, ci hanno aggiornato sui bombardamenti a Gisenyi e ci hanno chiesto ospitalità per la notte.
Inaspettatamente i bombardamenti sono stati rivendicati da alcuni reparti delle forze armate congolesi [FARDC] che, con colpi di carro T55 e di mortaio, hanno generato il panico e messo in allerta Kigali.
Il Newtimes Rwanda in un articolo del 20 novembre, oltre a riportare l’accaduto, comunica, tramite le parole del portavoce del dipartimento della difesa ruandese, che il Ruanda non ha intenzione di contrattaccare, considerando che il paese limitrofo è già sotto il fuoco dei ribelli; tuttavia aggiunge che l’atto è stato provocativo ed è senza dubbio legato al rapporto delle Nazioni Unite secondo cui il Ruanda e l’Uganda starebbero sostenendo il Movimento del 23 Marzo, fornendo supporto militare ed economico.
Tale supporto è stato ritenuto inaccettabile dalla comunità internazionale ed in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno già ridotto drasticamente gli aiuti umanitari ai due paesi; lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, prima della presa di Goma, ha richiesto espressamente a Paul Kagame, presidente del Ruanda, di utilizzare la sua influenza sul Movimento del 23 Marzo per arrestare l’avanzata dei ribelli.
Le evidenti accuse da parte degli osservatori delle Nazioni Unite e gli ultimi attacchi a Gisenyi non hanno impedito l’ incontro tenutosi martedì sera tra i rispettivi presidenti di Congo e Ruanda, con l’aggiunta del Presidente ugandese Museveni; alla fine dell’incontro i tre presidenti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale si richiede espressamente al M23 di arrestare la propria avanzata verso la città.
Dopo una serie di combattimenti tra le FARDC e l’ M23, la città di Goma è stata definitivamente conquistata dai ribelli, nonostante il numeroso contingente delle Nazioni Unite, che, inerme, ha assistito all’entrata dei ribelli nella città.
Questi avvenimenti fanno riflettere e allo stesso tempo mettere in discussione il ruolo, l’impatto e l’efficacia delle Nazioni Unite in queste particolari situazioni, soprattutto considerando il non trascurabile costo di mantenimento del contingente Onu (solo nell’ultimo anno sono stati spesi circa 1,5 milioni di dollari) e i limiti del mandato di peacekeeping a loro assegnato.
Nel frattempo la situazione umanitaria a Goma, già insostenibile per la popolazione, è ulteriormente peggiorata. Secondo le testimonianze dei volontari che abbiamo accolto qui a Kigali, solo negli ultimi giorni il centro Giovani Don Bosco di Ngangi, punto di riferimento per l’accoglienza dei cosiddetti “déplacées” da parte di UNHCR, Croce Rossa Internazionale ed Unicef, ha accolto più di 600 sfollati e secondo il sito di Volontari per lo Sviluppo, i déplacées hanno raggiunto un totale di 10mila, di cui 6mila minori; purtroppo la popolazione vive in condizioni precarie, la mancanza di energia elettrica, generi alimentari ad un prezzo accessibile ed acqua potabile, hanno aumentato il rischio di malnutrizione ed epidemie di colera.
Gli ultimi sviluppi hanno visto il portavoce dei ribelli minacciare un’avanzata verso Bukavu, con l’obiettivo finale di marciare su Kinshasa. Ruanda e Repubblica Democratica del Congo si trovano ad punto morto, la posta in gioco è alta; Kagame dovrà probabilmente affrontare un’ulteriore approvazione da parte della comunità internazionale, mentre la base politica di Kabila rischia di sgretolarsi sotto di lui.”

Il portavoce dell’esercito congolese Olivier Hamuli ha detto che l’ONU non sta aiutando abbastanza il governo locale a reprimere la rivolta, a causa della vacuità del mandato della missione, e si è appellato alla comunità internazionale perché intervenga il prima possibile. La Germania, che è membro del Consiglio di sicurezza, ha chiesto una tregua ai ribelli.

Ci eravamo occupati di YouAid qualche tempo fa [link], un’organizzazione che oltre ai progetti nel campo dell’istruzione, salute e imprenditoria sociale, promuove una crescita di consapevolezza legata ai temi dello sviluppo, della cooperazione e della sostenibilità legati all’Africa.

Quando vogliamo raggiungere un obiettivo come costruire una scuola, cerchiamo di condividere tutte le informazioni necessarie con ogni membro della nostra rete. Quanti sono i bambini, quanti sacchi di cemento servono..” dice Michele Tranquilli, coordinatore di YouAid “perché solo la reale condivisione delle informazioni crea la giusta consapevolezza di cosa si sta facendo, e di quale sia il valore del proprio lavoro”. “Ora francesco è testimone di una situazione molto delicata, e testimone, purtroppo, dell’ennesima piccola grande guerra africana nella quale, nonostante tutto, la popolazione ci rimette sempre, e il mondo sta a guardare. È un dovere, quindi, condividere anche la sua storia, la storia di altri giovani cooperanti. È importante trasmettere cosa sta succedendo, così da poter sviluppare anche noi la consapevolezza necessaria per guardare al sistema di cooperazione internazionale e domandarci seriamente in cosa abbiamo sbagliato.”

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2 risposte a “La presa di Goma e il fallimento dell’ONU

  1. Pingback: Colpo di stato in Eritrea | laprospettivadelfunambolo·

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