La scomparsa di Cervia

Tra le molte storie della Repubblica italiana, coperte dal nero delle stragi di stato e dagli scudi crociati dei paladini della stabilità, dal rosso stellato sui muri, emerge sempre e soltanto un protagonista, lo Stato stesso. Ventidue anni fa scompariva nel nulla, come Majorana, un tecnico elettronico originario di Sanremo, Davide Cervia.

Lo scorso 16 ottobre nell’abitazione dei Cervia c’è stata una forte esplosione, senza ferimenti. Ma qual è il collegamento? Partiamo dall’inizio.

Davide Cervia era un esperto di guerre elettroniche. Siamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, la caduta del muro e dell’URSS portano a radicali cambiamenti nella politica internazionale, e a mutamenti di paradigma: la guerra non sarà più la stessa. Finita la Guerra Fredda “ufficiale”, ecco aprirsi il tempo di una guerra sempre più labile e senza nemici identificabili, una guerra “gelida”, come può essere un’intelligenza al silicio.

La guerra elettronica, cyberwar, fa il suo ingresso in campo. Tecnici e informatici diventano perle rare per le organizzazioni criminali e per le agenzie di intelligence di tutto il mondo. Cervia ottenne tre brevetti da tecnico elettronico presso le Mariscuole di Taranto: ECM (Contromisure elettroniche disturbo emissioni radio altrui), ESM (Ricerca segnali comunicazioni radar), ECCM (Disattivazioni disturbo nemico). Le sue abilitazioni erano segretissime e gli studi si tennero nel riservo più totale per alcuni programmi di formazione protetti della Marina Militare Italiana.

Dopo le abilitazioni, Cervia iniziò a lavorare nel montaggio e nella manutenzione di apparecchiature sulla nave Maestrale a La Spezia. Era l’inizio degli anni ‘80. Per la segretezza delle sue conoscenze la NATO gli impose il Nos [Nulla Osta Sicurezza], che lo vincolava al riserbo totale. Nel 1983 Cervia si sposò e decise di costruire una famiglia, abbandonando il ramo militare. Nel 1988 si trasferisce a Velletri, dove lavora per la società Enertecnel Sud, che ha sede presso Ariccia, trenta minuti di auto dalla sua abitazione.

Una mattina di settembre del 1990 Davide Cervia viene preso e portato via da una macchina, davanti alla sua villa di Velletri. La denuncia fu immediata e la famiglia riuscì anche a scattare una fotografia della targa della vettura che lo aveva rapito. Un testimone, un vicino di casa, vede Davide malmenato e spinto a forza in un’auto verde scuro. Un altro, l’autista di un autobus, incrocia la vettura verde seguita dalla Golf di Cervia guidata da un biondino. Entrambi vengono a lungo ignorati. Quattro mesi dopo la scomparsa, il nome di Davide Cervia compare tra i passeggeri di un volo Air France Parigi-Il Cairo, biglietto acquistato dal Ministero degli Esteri francese. Sette anni dopo nella casa di Velletri, verso mezzanotte, arriva una telefonata strana: quando Marisa alza la cornetta sente la voce del marito che parla di lavoro. Lo chiama ripetutamente, finché si rende conto che è una registrazione.

Il profilo di Davide Cervia era quello di un tecnico altamente specializzato, un obiettivo importante per i tanti stati del medio oriente interessati ai sistemi di difesa NATO. Inizialmente la Marina militare aveva occultato queste specializzazioni, sostenendo che in fondo Davide era poco più di un marinaio. Fu a quel punto che la famiglia decise, il 12 settembre del 1994, di occupare per una decina di ore le stanze del ministero della Difesa, allora diretto da Cesare Previti, ottenendo, dopo un paio di giorni, il foglio matricolare completo: “sottufficiale di ottime qualità”, “preparazione professionale di rilievo” e, in rilievo, la qualifica di “ETE/GE”: Guerre Elettroniche.

Un collega di Davide Cervia, riferisce: “Il nostro corso in Marina militare era inizialmente di 900 persone. Quando si frequenta il corso base, non sai neppure che esistono le guerre elettroniche. Gli Elt, i tecnici elettronici, erano 120. Dopo i primi tre mesi di corso siamo diventati 90. Dopo un anno, siamo diminuiti a 50 persone. Alla fine del secondo anno, abbiamo portato a termine il corso in 22, di cui solo 6 sistemisti. Noi eravamo orgogliosi di un radar ideato dalle industrie belliche italiane, un radar tridimensionale. Quello che non capivamo proprio, che anzi ci faceva andare in collera, era averlo venduto a 109 paesi. Noi sistemisti siamo stati invitati a compiere “gite turistiche” con le navi, che avevano lo scopo di magnificare e vendere i nostri armamenti ai paesi stranieri. Non immaginavamo per niente il giro di soldi che era dietro al traffico d’armi. La palazzina dove studiavamo aveva le porte blindate. Eravamo tenuti sotto controllo dai servizi. Scoprivi così che il tuo amabile interlocutore del treno era un uomo della “sicurezza” che ti controllava. All’inizio del corso si presta un giuramento di particolare riservatezza, di livello NATO. Questo giuramento ti permette di accedere a tutti gli uffici che hanno una classe di segretezza affine alla tua. Io ho conosciuto Davide Cervia alla scuola sottufficiali di Taranto nel 1979. Lui era entrato sei mesi prima di me. Era capo-corso, il primo degli allievi.

Pare che Cervia stesse lavorando al sistema noto come RFMP, un sistema che attua una scansione tridimensionale del territorio a fini bellici, previa dispersione di sali di bario nell’atmosfera. Ora, il progetto RFMP è una delle maggiori “leggende metropolitane” che girano sul web, la cui veridicità è labile anche se suffragata da diverse notizie. Il progetto prevederebbe la dispersione nell’aria di ingenti quantità di sali di bario, che consentirebbero di creare la base su cui impostare il radar tridimensionali. Al di là delle spiegazioni “da web”, Cervia scomparve sul serio.

Solo nel 1998 la Procura Generale di Roma ottenne dal Sismi [oggi AISE] le note informative, che ipotizzavano il rapimento da parte di stati mediorientali e nordafricani. Per il SIOS, i servizi segreti della Marina militare, il caso era in sostanza irrilevante: “i responsabili non ritennero l’episodio più di pertinenza di quell’ufficio” si legge nella richiesta di archiviazione del fascicolo del 1999.

I Carabinieri indagano a rilento, tra l’omertà e le false piste che si susseguono negli anni, ma la famiglia non demorde. Nel frattempo, la foto dell’auto scompare, i testimoni non vengono interrogati, la moglie viene chiamata solo sei mesi dopo e costretta a rispondere alle domande solo con “sì” o “no”. Oggi, a 22 anni di distanza, non c’è ancora nessuna spiegazione. E vivono ancora nell’incubo di ritorsioni e intimidazioni, come testimonia l’esplosione dello scorso 16 ottobre.

L’anno scorso Erika e Daniele Cervia, i figli, avevano scritto un appello al presidente Giorgio Napolitano, ma la lettera di risposta, giunta diversi mesi dopo e firmata dall’allora direttore dell’ufficio per gli affari dell’amministrazione della giustizia Loris D’Ambrosio, non ha nemmeno intaccato il muro di omissis: è un sequestro di persona, ammetteva il Consigliere della Presidenza, rimandando alla giustizia civile la pratica.

Erika e Daniele, lo scorso settembre hanno citato a giudizio insieme alla madre Marisa, i Ministeri della Difesa e della Giustizia davanti al Tribunale civile di Roma, chiedendo i danni «per la violazione di ciò che può definirsi il diritto alla verità». Il processo inizierà il 7 dicembre con molte domande a cui nessuno ha ancora risposto. Ai due dicasteri coinvolti, in modo diverso, nel caso la famiglia chiede dunque conto di “quell’insieme di negligenze e depistaggi che hanno accompagnato I’indagine fin dal primo giorno, come riconosciuto dalla stessa Corte di appello”; parole dure, che accompagnano la nota firmata da Alfredo Galasso, già avvocato di parte civile dei famigliari delle vittime di Ustica, autore della citazione in giudizio insieme all’avvocato Licia D’Amico.

Che fine ha fatto Davide Cervia? Spedito, molto probabilmente, in Libia, come supporto ai nostri sistemi di armamento, secondo alcune piste.

Il processo che si aprirà il 7 dicembre prossimo dovrà rispondere a domande rimaste inevase dopo l’archiviazione del caso arrivata nel 2000: perché la Marina militare fornì dei fogli matricolari falsi, nascondendo la vera specializzazione di Cervia? Perché nessuno ha seriamente seguito i tanti indizi che portavano alla Libia di Gheddafi? E, soprattutto, perché per otto anni la Procura di Velletri indagò con “inerzia”, come scrive la Procura Generale di Roma, giustificando il tutto con “la carenza d’organico”, senza mai realmente credere al rapimento, quando due testimoni oculari avevano ricostruito nei dettagli quei momenti concitati del pomeriggio del 12 settembre 1990? E ancora: in base a quali elementi il Sismi scrisse, in una nota rimasta nei fascicoli, che il rapimento era opera di “società o organizzazioni verosimilmente straniere, per interessi commerciali e militari legati alla sua competenza professionale”?

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2 risposte a “La scomparsa di Cervia

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