Il fuoco del deserto

L’intervento francese in Mali viene presentato come una missione ONU nel Sahel per aiutare il Mali infestato dai jihadisti di Al Qaeda. Tutto qui? Non proprio.
Per questo vi proponiamo un “viaggio” in Mali, cercando le ragioni del conflitto, le parti in causa, gli scenari attesi e le possibili sorprese. Prima di iniziare, però, vi consigliamo di accendere l’audio e di ascoltare con noi Salif Keita, storico cantante maliano, per poterci meglio immergere tra le terre del Sahel. [ascolta]

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Il sito dell’ISPI racchiude in poche righe lo scontro che sta avvenendo nelle ultime settimane in Mali: da una parte le forze governative a capo di una missione internazionale, dall’altra i jihadisti. Riportiamo integralmente il resoconto del prestigioso centro di studi internazionali, così da poter analizzare meglio la situazione:

Lo scorso 7 gennaio le forze islamiste e i Tuareg che si riuniscono intorno alle sigle di Ansar Dine, Mujao, Aqim [Al Qaeda nel Maghreb islamico ndr] e Mnla hanno lanciato un’importante offensiva militare verso il sud del Mali con l’obiettivo di conquistare Bamako. La Francia, in qualità di ex potenza coloniale, già dallo scorso 11 gennaio, ha accolto solitaria la richiesta di aiuto del presidente ad interim Diocounda Traoré. E’ partita così “Serval”, un’operazione militare basata su truppe di terra e raid aerei che, particolarmente intensa nelle aree di Gao e Kidal, sembrerebbe, tuttavia, non aver arrestato l’iniziativa islamista verso la capitale. Ai soldati francesi si sono affiancate anche le prime truppe messe a disposizione dai paesi dell’Africa occidentale e dispiegate sotto l’egida della Risoluzione 2085 delle Nazioni Unite. Hollande ha dichiarato che le operazioni sono mirate in particolare a proteggere i 6 mila cittadini francesi in Mali e che esse si stanno conducendo nel pieno rispetto del diritto internazionale. Ad ogni modo, l’iniziativa militare francese ha momentaneamente tamponato la mancanza di coordinamento tra forze internazionali ed africane, anche se lo scenario militare starebbe mutando e vedrebbe un coinvolgimento, almeno logistico, degli alleati occidentali, come emerso dal Consiglio straordinario dei ministri degli Esteri della Ue che ha concesso il via libera ad una missione di addestramento dell’esercito del Mali.
L’obiettivo dunque è quello di accelerare la messa in pratica della Risoluzione Onu per fronteggiare i gruppi islamisti che, come ha dichiarato l’entourage di Hollande, sono meglio equipaggiati ed addestrati di quanto Parigi stessa si aspettasse e hanno già alle spalle esperienze di guerra come quelle in Afghanistan e in Libia. Proprio quest’ultima esperienza e l’uscita di scena di Gheddafi hanno decretato la rottura di collaudati equilibri che per anni sono stati utili a controllare il Sahel, un territorio vastissimo nel deserto del Sahara nel quale agisce indisturbata Aqim che finanzia le sue imprese attraverso le lucrose entrate derivanti dal traffico di stupefacenti e dal sequestro di occidentali. Proprio questo tipo di operazioni, come dimostrato dal recente attacco ad una piattiaforma della BP a In Amenas nel sud dell’Algeria, in risposta all’azione militare francese in Mali, potrebbero essere un ulteriore motivo di instabilità per l’intera regione aprendo dunque nuovi e imprevedibili scenari. La guerra non si annuncia affatto semplice, né di breve durata e rischia dunque di estendersi anche oltre i confini maliani.

Nella buona e nella cattiva sorte, Romano Prodi, Inviato Speciale dell’ONU per il Sahel, riassume in una battuta ciò che rappresenta da un punto di vista occidentale questa missione: Devo ammettere di non aver mai visto una coesione internazionale come quella che distingue in queste ore il sostegno all’intervento militare in Mali. Il motivo sta nel fatto che la paura del terrorismo accomuna tutti“.

mali2Ma davvero è solo il terrorismo a muovere l’intera comunità internazionale? Nei commenti di molte testate internazionali si legge che il Mali sarà “l’Afghanistan africano“, che l’Algeria subirà un “processo di pakistanizzazione“, che la Francia e tutto l’occidente resteranno impantanati nelle dune del deserto per anni, subendo gravi perdite. Ma allora che senso ha tutto questo? Cerchiamo di analizzare punto per punto.

L’11 gennaio la Francia lancia alcuni raid aerei per impedire che i ribelli islamici raggiungessero la capitale Bamako, schierando contestualmente una forza di terra di 2.500 unità (che verrà raddoppiata, secondo le dichiarazioni del Presidente francese François Hollande). Sulla carte della risoluzione ONU, sarà l’esercito maliano a condurre le operazioni, ma ovviamente nessuno crede che possa essere così. Sarà la Francia a condurre il gioco, seguita da altri Paesi occidentali, come la Gran Bretagna e la Germania, e probabilmente anche l’Italia, che però preferiscono l’anonimato pur essendo già presenti sul campo con le loro forze speciali o con l’intelligence. La Francia, come nella questione libica, si è assunta la responsabilità di essere la prima a intervenire (in questo caso con risultati disastrosi). Tuttavia, a differenza della Libia, in questo caso l’occidente sostiene compatto il governo maliano, pur essendo frutto di un colpo di stato dello scorso marzo 2012 contro il Presidente Amadou Toumani Touré.

L'ex Presidente Amadou Touré

L’ex Presidente Amadou Touré

Scontenti della gestione del conflitto già esistente contro i ribelli tuareg del Nord, i soldati maliani si rivoltarono contro il governo di Bamako, incapace di fornire armi e risorse per l’esercito. Una volta rovesciato Touré, la giunta militare ha nominato Presidente ad interim Dioncounda Traoré fino allo svolgimento delle prossime elezioni. Questo golpe ha favorito la guerra civile in atto con i tuareg del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad [regione settentrionale del Paese]. I ribelli maliani non sono mai stati caratterizzati dal fondamentalismo islamico, se non alcune delle frange alleate al Movimento.

I ribelli sono ben addestrati e armati, grazie ai commerci di quel “mare di terra” che rappresenta il Sahara, dove i confini politici tra Algeria (dove lo scontro si è spostato con l’attacco al sito energetico di In Amenas con relativo esito tragico) Mali, Mauritania o Libia sono estremamente labili. Le armi del conflitto libico ci hanno messo ben poco tempo ad attraversare la frontiera per prestarsi a una nuova guerra. Guerra, sì, perchè ormai sembra chiaro che gli interessi in gioco in questa porzione di mondo siano ben più ampi che il solo ripristino della legalità nel nord del Mali. Basti pensare al pericolo del terrorismo: se gli scontri vengono portati all’attenzione mondiale come un movimento nuovo dei gruppi qaedisti, non ci vorrà molto perchè ricominci la psicosi in Europa, a pochi chilometri di distanza. A Lione, dopo l’attacco francese, c’è già stato un (falso) allarme bomba che ha paralizzato la città.

Il Mali rappresenta però anche un enorme bacino di risorse: dal petrolio al gas, dal rame all’oro, sono moltissimi i giacimenti di risorse energetiche nel sottosuolo. In un recente articolo apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung sono stati riportati i dati dei materiali e delle multinazionali che hanno ottenuto i diritti estrattivi dal precedente governo. Tra queste, l’italiana ENI ha diritti di estrazione su ampie zone del nord. La recente scoperta di siti pieni di uranio ha instillato dubbi sull’intervento di Parigi, dato che la Areva, compagnia a partecipazione statale francese che si occupa della produzione di energia atomica in Francia, dipende prevalentemente dai giacimenti siti in Niger.

Tuttavia la spiegazione del conflitto come una mera speculazione sulle materie prime presenti nell’area non regge a causa della vastità della regione e della difficoltà di estrazione di tale risorse, anche se non può essere completamente scartata a favore di un intervento contro il terrorimo (vediamo ancora oggi l’intervento in Afghanistan e i suoi risultati).

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In questa situazione di caos totale manca un attore principale, un protagonista indiscusso: gli Stati Uniti. Si potrebbe dire “ci sono ma non si vedono”, anche se non basterebbe come spiegazione. All’alba del secondo mandato presidenziale, Obama non sembra avere intenzione di gettarsi anima e corpo in una guerra aperta in una situazione estremamente complicata. Con l’economia in lenta ripresa e con lo stallo siriano, il Presidente “Premio Nobel per la Pace” tracheggia, prende tempo, sapendo di non poter schierare sul campo ulteriori forze, dopo aver già lavorato a lungo per la exit strategy in Afghanistan. Inoltre, è un dato che ormai lo shifting americano determini uno sguardo difensivo e offensivo verso il Pacifico, e non verso il Mediterraneo, considerato ormai come il giardino (disordinato) di casa dell’Unione Europea. Obama sa di non poter far finta di niente, ma non ha intenzione di immergersi fino alla vita nella sabbia del deserto rischiando un secondo fronte decennale per una guerra che non gli compete.

Come non scordare, però, l’attacco di Bengasi dell’11 settembre scorso, quando furono uccisi l’ambasciatore americano Chris Stevens e due marines di guardia (nonostante l’accusa di un falso clamoroso, secondo cui non sarebbe mai avvenuto nulla del genere). L’America deve tornare a guardare a Oriente, perché i suoi interessi sembra non siano del tutto al sicuro, anzi. Per questo motivo, pressata dall’establishment militare e dai partner europei, la Casa Bianca ha inviato 100 “addestratori” in Mali, accelerando l’aiuto logistico alla Francia, così come proposto dalla Germania della Cancelliera Angela Merkel e dal Ministro degli Esteri Giulio Terzi.

Eppure gli Stati Uniti si sono preparati per mesi, creando strutture e punti d’appoggio per intervenire in Sahel, Somalia, Nigeria, o Mauritania. L’America sa di poter utilizzare le sue basi operative con prudenza, soprattutto per far partire i droni (Predator o Reaper), farli restare ore in aria e fargli captare le conversazioni via radio tra i gruppi ribelli, incenerirli con un missile o seguirne gli spostamenti.

200px-Africom_emblem_2.svgIl Comando Africa dell’amministrazione statunitense, AFRICOM, si affida alle truppe che agiscono sotto le sigle SoCom [forze speciali] e il sottogruppo InsCom [intelligence support activity]. Secondo i generali americani, infatti, lasciare l’Africa al dominio commerciale e politico cinese o di altri pretendenti potrebbe essere un rischio decisamente maggiore rispetto all’impiego di mezzi propri per risolvere (anticipatamente o “preventivamente”) le situazioni a rischio nel continente.

Al Qaeda nel Maghreb islamico [Mali, Mauritania, Algeria], Al Qaeda nella Penisola arabica [Yemen], Al Shabab [Somalia], Lord’s Resistence Army [Uganda, Congo, Sud Sudan], Boko Haram [Nigeria]. Sono solo alcuni tra i più agguerriti gruppi di ribelli che operano nelle aree strategiche del continente africano. Spesso sono accumunati dalla religione musulmana, ma non per tutti è così. Sta di fatto che ognuno di questi gruppi viene monitorato, combattuto, seguito da tutti i principali centri di intelligence occidentali, in special modo dagli americani, che in Africa hanno basi pseudo-clandestine un po’ ovunque. Da Nzara in Sud Sudan, alle Isole Seychelles, da Nouakchott in Mauritania a Ouagadougou in Burkina Faso, i droni si alzano in volo ogni giorno, aspettando l’ordine di uccidere, ovunque si trovi la minaccia.

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5 risposte a “Il fuoco del deserto

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