La Rinascita del Sud America

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Nel corso dell’ultimo decennio, in molti paesi dell’America Latina la disoccupazione è calata in modo significativo, il salario minimo reale è cresciuto, con incrementi record del 230% in Argentina e 110% in Uruguay, in assoluta controtendenza con la crisi mondiale. Come mai? Lula in Brasile, Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Vàzquez in Uruguay, Correa in Ecuador, Lugo in Paraguay, Bachelet Jeria in Cile, Chavez in Venezuela. Politiche diverse, ma con alcuni elementi comuni tra cui ampie riforme economiche e sociali. Ecco un bilancio a 10 anni di distanza.

All’inizio del decennio molti commentatori stranieri, interessati e non, hanno parlato di un generale rivolta, contagiosa, contro le macroscopiche ingiustizie e le disparità economiche presenti da sempre, della nuova possibilità di decisione di quei settori sociali oppressi dalle dittature degli anni ’70 e ’80 e dalle successive politiche neoliberiste dettate dal potente vicino, gli Stati Uniti, per mezzo del Fondo Monetario Internazionale e dei “Chicago Boys” di Friedman. Sono stati ampiamente riportati i casi personali di alcuni presidenti e ministri, un tempo leader politici perseguitati o marginalizzati, oggi simboli viventi di un possibile riscatto sociale. Si è parlato poi di una nuova sinistra riformista, capace di parlare anche agli elettori moderati.
In alcuni casi si è trattato di leader che in Europa definiremmo populisti, che hanno apertamente, come Chavez e Correa, sfidato gli Stati Uniti, pur avendoli come principale partner commerciale ed essendo largamente dipendenti da essi, quindi senza grandi margini di manovra reale. In altri casi invece si è trattato di presidenti che, senza cercare lo scontro e più disposti a pragmatici compromessi, hanno lavorato per ridurre sempre più la dipendenza da USA e Unione Europea, e governare lo sviluppo economico affiancandovi l’inclusione sociale, senza strappi clamorosi. In entrambi i casi comunque sono state messe in atto alcune politiche di successo a favore delle popolazioni più svantaggiate.
Oggi, a parte Cile e Paraguay (che vivono una situazione molto particolare), le stesse coalizioni, ed in alcuni casi gli stessi uomini, guidano i loro paesi.

La crisi economica non li ha spazzati via, come invece è successo a molti governi in Europa. Perché? C’è stata una politica regionale comune che ha permesso ai paesi di non soffrire troppo la crisi ed alle coalizioni di sinistra di non perdere voti ? Oppure le riforme fatte nei singoli paesi hanno dato i risultati sperati e i loro governi sono stati quindi premiati dai cittadini ed invitati ad andare avanti? E’ forse perché le destre di quei paesi non sono riuscite ad esprimere candidati alternativi credibili? A tutte e tre le domande si può rispondere affermativamente ma forse una coglie il punto più delle altre.

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…e soprattutto, il popolo ha visto ciò stava migliorando. E contro questo non c’è avversario. Perché il popolo ha sentito sul tavolo, sul piatto e nella borsa il miglioramento della propria vita. Ciò che è più importante: il popolo ha sentito questo sulla quotidianità. Ha sentito questo nella vita dei suoi amici, nella vita della sua famiglia” ha dichiarato Lula dopo la sua rielezione. E infatti a guardare i dati economici sembra proprio che abbiano pesato soprattutto le riforme sociali nazionali fatte prima del 2010. I governi oggi in carica sono stati eletti probabilmente per i buoni risultati del periodo 2003-2009. Oggi la situazione è un po’ diversa. Fino al 2008 in tutti i paesi la disoccupazione è calata ed in Argentina, Brasile, Bolivia, Uruguay, Ecuador continua a diminuire ancora oggi. Il salario minimo reale negli ultimi dodici anni è cresciuto in tutta la regione, meno che in Venezuela, con incrementi record del 230% in Argentina e 110% in Uruguay. La bilancia dei conti correnti è stata in attivo per quasi tutti i paesi fino al 2008, anno della crisi.

I paesi del “Cono Sur“, come Argentina, Cile e Uruguay, nell’ultimo decennio hanno differenziato i loro partner commerciali per evitare la storica dipendenza della regione dall’esportazione delle materie prime, soggette a prezzi fluttuanti, agganciandosi alla locomotiva Brasile piuttosto che agli USA e hanno puntato sullo sviluppo del settore agricolo nazionale. Del Brasile, come di Argentina e Cile, è stato detto molto in questi anni. Ma un esempio particolarmente virtuoso è quello del governo di Montevideo.
José-Mujica-Uruguay-300x276L’Uruguay, sicuramente il paese con il maggior livello di benessere della regione ma che aveva sofferto profondamente la crisi argentina, nel 2005 ha eletto presidente il leader di Frente Amplio, Vàzquez, rompendo l’egemonia del Partido Colorado, liberale, che durava da dieci anni. I piani di emergenza sociale e per le pari opportunità, la riduzione delle imposte per chi ha figli a carico, la riduzione della disoccupazione al dato più basso dal 1993 grazie ai prestiti agevolati per l’apertura di nuove attività e i programmi di alfabetizzazione hanno permesso al Frente Amplio, con l’ex tupamaro Mujica, di riconfermarsi primo partito del paese alle elezioni del 2010. In continuità con le riforme del precedente governo, il presidente ha lanciato un grande piano di edilizia popolare, finanziato tra l’altro con l’87% del suo stipendio. “E’ un piano di etica ed una visione del futuro”. Mujica, ancor più del suo predecessore, ha portato avanti il discorso, ed insieme i fatti, su un diverso modello di sviluppo, rispettoso dell’ambiente, delle risorse naturali, della dignità umana.

A guardare i dati 2011, dalla riduzione del debito pubblico e della dipendenza dalle importazioni di petrolio grazie all’energia idroelettrica, all’aumento del pil pro capite e della produzione agricola, sembra che le grandi spese sostenute per i programmi sociali ed economici, che pesano moltissimo sulle casse dello stato, stiano dando i loro frutti di lungo periodo, ed il paese ha ridotto ancora il suo indice di disuguaglianza, storicamente già il più basso della regione.
L’Uruguay ha oggi come maggiori partner commerciali il Brasile e gli Usa per quel che riguarda le esportazioni, per le importazioni l’Argentina e il Brasile; è tra i paesi fondatori del Mercosur. Così, pur essendo ancora in parte legato all’esportazione di cereali, carne (e quindi alla volatile domanda internazionale) ed alla spesa pubblica, il piccolo paese ha dimostrato che uno sviluppo endogeno, basato sulla redistribuzione delle risorse e l’integrazione regionale è una ricetta che anche i paesi latinoamericani, e non solo quelli asiatici, possono percorrere. E la relativa impermeabilità alla crisi ne é una prova.

Lorenzo Ciancaglini

Per maggiori informazioni:

L’economia dell’America Latina è più forte della crisi (Limes)
CEPAL, commissione economica per l’america latina (per chi volesse costruire tabelle di dati)

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2 risposte a “La Rinascita del Sud America

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