Il tiro alla fune tra Corea del Nord e Stati Uniti

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La decisione della Corea del Nord di abrogare tutti gli accordi di non aggressione con la Corea del Sud, e di tagliare la linea rossa che dal 1971 unisce Pyongyang a Seul, certo alza la posta in palio per la delicata situazione del 38° parallelo. Certo è che le notizie che arrivano da Pyongyang non sono mai distensive, ma rappresentano il “tiro alla fune” più grande degli ultimi anni. Come da copione, da una parte Stati Uniti e Nazioni Unite, e dall’altra il regime del giovane Kim Jong Un e il protettore cinese. Quanto siano reali e veritiere le notizie, purtroppo, non è dato saperlo. E neppure quanto questa sfida alle potenze occidentali possa portare un risultato utile se non uno scontro aperto.

Gli Stati Uniti non hanno intenzioni militari nell’area a breve termine, se non tramite il monitoraggio e l’intelligence “pesante”, anche a causa di una situazione quanto mai complicata. Nonostante le guerre in Iraq e Afghanistan, infatti, l’era della “Pax Americana” di Bush era più concentrata in una regione sì vastissima come il Medio Oriente, ma grosso modo “recintata” da partner nazionali. Obama, al contrario, sta affrontando sfide sempre più complesse in ogni angolo del globo, e questo nonostante una potenza effettiva minore alla vista, ma sterminata nell’analisi. L’impiego di personale militare in Africa, l’istituzione di basi da cui far partire i droni Reaper e Predator in cerca di “potenziali minacce da eliminare”, lo shifting della Marina statunitense dall’Atlantico al Pacifico, sono energie da spendersi con cura. E tutto questo senza volerci soffermare sul merito di queste imprese.

La decisione, annunciata oggi dal Comitato per la riunificazione pacifica della Corea e diffusa dall’agenzia di stampa coreana Kcna, sembrerebbe essere arrivata dopo l’inasprimento delle sanzioni varato dal Consiglio di sicurezza Onu nelle scorse ore e in conseguenza delle esercitazioni militari conginute Usa-Corea del Sud che le due potenze stanno conducendo nell’area.

Il principale accordo di non aggressione risale al 1991, e obbliga le due Coree a risolvere le loro controversie in maniera pacifica. Un accordo che sembra essere sempre più obsoleto, dato che le dichiarazioni recenti del regime del Nord sono le seguenti: “Le relazioni nord-sud non sono più riparabili e uno stato estremamente pericoloso prevale nella penisola coreana, dove una guerra nucleare può scoppiare in ogni momento. Non potremo mai perdere l’occasione d’oro per condurre una grande guerra per la riunificazione nazionale“.

Ad oggi, rimane ancora in vigore l’armistizio firmato nel 1953, che pose temporaneamente fine alla guerra.

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Per convincere Pyongyang a rinunciare alle proprie ambizioni atomiche, Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud hanno condotto numerosi round negoziali negli ultimi mesi, alternando lunghe fasi di stallo a successi di breve durata. L’ultimo risale al febbraio 2012, quando la Corea del Nord aveva accettato di sospendere il proprio programma nucleare in cambio di aiuti alimentari da parte degli Stati Uniti; la tregua aveva resistito solamente fino al mese di aprile, quando il lancio di un razzo – finito poi rovinosamente in mare dopo essersi frantumato in volo – aveva marcato la riapertura del confronto. Una delle poche certezze in merito agli avvenimenti è che la tensione, lungo il 38° parallelo, rimane alta, dopo che nel marzo 2010 un panel internazionale ha accusato Pyongyang di aver avuto un ruolo nell’affondamento di una nave da guerra sudcoreana, e dopo che, nel novembre dello stesso anno, la stessa Pyongyang ha bombardato un’isola lungo la zona di confine, causando la morte di 4 cittadini sudcoreani.

Il sito dell’ISPI riferisce che: “In Giappone, del resto, si discute da tempo della possibilità di uno strike preventivo, al fine di evitare che il completamento del programma nucleare nordcoreano inneschi una corsa agli armamenti in un’area, l’Asia orientale, nella quale l’ombrello nucleare è saldamente in mano alla Cina. Un’alterazione dello status quo che sarebbero in pochi a desiderare, a partire dalla stessa Pyongyang, per la quale la minaccia nucleare rappresenta in prima istanza il mezzo per ottenere concessioni e aiuti, alzando di volta in volta la posta in gioco, da parte della comunità internazionale. La Cina, dal canto proprio, conserva per il momento il ruolo di padrino – nonché di unico alleato nell’area – del solitario regime nordcoreano, tentando in sede negoziale di ricondurlo alla ragione e di calmare gli altri attori coinvolti. Un ruolo non facile per Pechino – che nel dicembre scorso ha visto ignorare la propria richiesta a Pyongyang di non procedere con il lancio del razzo – che si dimostra pronta a portare avanti, nell’ottica del bilanciamento del ruolo degli Stati Uniti nell’area. La Corea del Nord rimane infatti un indispensabile cuscinetto tra Pechino e la Corea del Sud – alleato statunitense – in un complesso di sicurezza regionale – quello asiatico – ricco di nodi di sicurezza di primaria importanza, oltre che tra i più militarizzati al mondo.

Come se non bastasse, pochi giorni fa Amnesty International ha diffuso una serie di nuove immagini satellitari che mostrano come il governo della Corea del Nord stia annullando la differenza tra un campo di prigionia politica e la popolazione circostante, inglobando parte di quest’ultima nel perimetro del primo.

Ch’oma-Bong valley - Possible guard posts

Le immagini mostrano come la popolazione residente in un perimetro di 20 chilometri intorno alla valle di Ch’oma-bong sia stata inglobata nel sistema di sicurezza e controllo del campo, che ospita oltre 100.000 detenuti. Questi nuovi 20 chilometri presentano una serie di punti d’accesso controllati ed altre strutture che paiono torrette di guardia. Parte della popolazione della valle, insomma, vive in una dimensione ambigua e pericolosa, tra la libertà e la prigionia, sotto sorveglianza permanente.

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