La rivolta di Beyoğlu

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Per il secondo giorno consecutivo il popolo turco è sceso nelle piazze e nelle strade del Paese per manifestare contro le politiche del governo di Recep Tayyip Erdoğan. Il Gezi Parkı, emblema della rivolta, è composto da circa 600 alberi. Questo piccolo parco è oggi al centro dell’attenzione mondiale, e potrebbe rappresentare la pietra miliare che segna l’inizio di una nuova era nella storia politica della Turchia.

Partiamo dalle spot news di questo weekend che riguardano Istanbul: il 31 maggio una manifestazione pacifica contro la distruzione del Gezi Parkı nel quartiere di Beyoğlu, a Istanbul, diventa l’occasione per un pesante scontro con le forze di polizia. Nell’arco di poche ore scendono in piazza migliaia di turchi (non solo giovani..) in circa una cinquantina di città, per manifestare contro le severe misure di repressione messe in campo dalla polizia. Dopo 48 ore, quello che doveva essere un progetto urbano che prevedeva l’abbattimento del parco per fare spazio a una caserma, una moschea e un centro commerciale, è diventato un polverone di grandi dimensioni. Gli occhi di tutto il mondo sono rivolti ad Ankara, alle prossime mosse di Erdoğan, terrorizzati dalla possibilità che la Turchia diventi un nuovo Egitto. Diverse fonti, tra cui Amnesty International, parlano di circa millesettecento arrestati nel Paese e di 4 morti, o di 4 persone che avrebbero perso la vista.

Per chi ha seguito l’hashtag #occupygezipark, gli scontri di Istanbul, che si sono estesi alla capitale Ankara, possono sembrare come una rivolta contro un regime qualsiasi. In realtà la situazione turca è assolutamente particolare. Davide Maria De Luca, su ilpost.it, ripercorre la storia recente della Turchia per meglio inquadrare la situazione odierna:

La fine della Prima Guerra Mondiale portò in Turchia una serie di scontri e disordini, sfociati una guerra civile. Nel 1922 il movimento nazionalista turco, di cui facevano parte molti ex-giovani turchi, conquistò il potere. Il sultanato venne abolito e in pochi anni la Turchia subì una rapida serie di drastiche riforme. Il leader di questo movimento fu un ufficiale dell’esercito turco, Mustafà Kemal, che da allora venne soprannominato Atatürk, padre dei Turchi. Atatürk e gli altri nazionalisti credevano che la lunga serie di umiliazioni subite dalla Turchia fosse causata dalla sua arretratezza e che l’unico modo per rimediare fosse seguire rapidamente il percorso che avevano tracciato i paesi occidentali. Questo significava abbracciare tutto ciò che era europeo e abbandonare tutto ciò che ricordasse il fallimentare passato imperiale: la religione islamica, il multiculturalismo e tutto il resto delle antiche tradizioni. I riformatori imposero come unico alfabeto quello latino – in Turchia fino ad allora si era scritto soltanto in caratteri arabi. Abolirono il sultanato e qualunque riferimento alla religione islamica nella nuova costituzione del paese. Uno stato laico e secolare, secondo i riformatori, era l’unico modo di creare uno stato forte, in grado di riportare la Turchia al posto che meritava tra le grandi nazioni. D’altro canto, nella loro concezione, uno stato doveva anche essere una nazione: con una sola lingua e una sola cultura.

Nel momento in cui Erdoğan afferma che “Twitter è una minaccia alla società“, come il peggiore dei dittatori, l’occidente punta gli occhi su Istanbul, con tutte le sue responsabilità. A metà strada tra l’Unione Europea e il Medio Oriente, la Turchia ha avuto negli ultimi anni svariati momenti in cui ha toccato l’apice per la leadership della regione, come nella migliore ambizione del suo Primo Ministro. Dagli eventi della Freedom Flottilla tre anni fa, alla storica tregua con il PKK, fino agli eventi della confinante Siria, la Turchia gioca a carte su più tavoli contemporaneamente: è membro della NATO, ha un governo filo-occidentale e risulta essere come un faro (per l’Unione Europea e gli Stati Uniti) nelle vicende delle primavere arabe, per la capacità di tenere sotto stretto controllo la religione. Ovviamente ognuna di queste certezze occidentali si basa su una certa superficialità dell’analisi.

page_gezi-parki-protestolarinda-yaralanan-lavna-allaninin-durumu-kritik_373711946Ancora Davide Maria De Luca: “Le elezioni vinte nel 2002 dall’AKP, il partito di Erdogan, sono uno spartiacque nella storia recente della Turchia. L’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo in turco, è un partito islamico da molti definito “moderato”, ma che ha compiuto comunque gesti rivoluzionari per un paese laico come la Turchia. Nel 2008, ad esempio, Erdogan ha abrogato la legge che vietava agli impiegati pubblici di indossare vestiti che fossero anche simboli religiosi, come ad esempio il velo per le donne (la legge è stata successivamente bocciata dalla Corte Costituzionale). Più recentemente è stata approvata una legge che limita il consumo di alcolici nelle ore notturne. Erdogan si è scontrato anche con l’esercito. Attualmente diversi ufficiali, tra cui anche alcuni generali, si trovano sotto processo o sono in prigione, accusati di aver pianificato dei colpi di stato o di aver compiuto altri crimini. Alcune di queste accuse sono da molti ritenute delle montature, utilizzate da Erdogan per mettere sotto controllo l’esercito.

Nell’arco di poche ore si è passati da una manifestazione pacifica contro l’abbattimento di un parco storico, nel centro di Istanbul, a una protesta dilagante nei confronti del governo, ritenuto sempre più liberticida. L’oscuramento dei telegiornali durante gli scontri, la temporanea chiusura dei social network e la dura repressione da parte della polizia hanno fatto esplodere una bomba politica a cui il governo turco dovrà rispondere senza violenze, per poter riportare la situazione sotto controllo. Tuttavia, la popolazione turca ora ha più consapevolezza nei propri mezzi, e di certo non lo dimenticherà.

Per approfondire:

“Changing Urban Cultural Governance in Istanbul: The Beyoğlu Plan”

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3 risposte a “La rivolta di Beyoğlu

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