Guerra in Siria, «Si vis Nobel para bellum»

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Nel giorno in cui Obama cercherà di farsi appoggiare a tutti i costi per un intervento militare fuori dai mandati dell’ONU, prima delle relazioni degli ispettori in cerca di prove sull’utilizzo di Sarin e contro i propri alleati, cerchiamo di riflettere genericamente sulla questione siriana. Premessa d’obbligo: non vogliamo prefissarci l’obiettivo di spiegare perché l’intervento sia giusto e/o sbagliato, ma di ragionare, scrivendo, su che cosa possa significare una guerra, nel 2013, in Siria.

La situazione nel Paese guidato da Bashar al Assad è estremamente complicata, e non assomiglia per nulla alle crisi nazionali o sub-regionali degli ultimi anni nè nel Mediterraneo (leggi: primavere arabe), nè per quanto riguarda gli interventi armati statunitensi e della NATO dell’ultimo ventennio. Le Forze Armate degli USA si sono limitate a collaborare nella consegna di aiuti umanitari, fino ad oggi, almeno a livello ufficiale. Nel frattempo i missili Patriot dislocati in Giordania e Turchia sono serviti come deterrente per l’eventuale “aiuto” esterno da parte degli alleati del regime di Assad. Ma la partita siriana è tutta aperta, e ha ragione la Ministro Bonino quando avverte che un intervento militare duro-e-puro potrebbe sconvolgere gli equilibri non solo del Paese, ma addirittura dell’intera regione se non (e qui entriamo in un campo minato, che dalla politica si sposta verso la cabala) addirittura del mondo.

Sì, perchè le alleanze politiche sono intrecciate a quelle religiose, militari, economiche. Perché l’Iran sostiene Assad, che sostiene Hezbollah (sciita) in Libano, e insieme Hamas nella Striscia di Gaza, che però è sunnita, e quindi contrario all’organizzazione del Paese dei cedri. Nel contempo, la Turchia, membro della NATO, si è detta favorevole a un intervento militare per «punire i crimini di Bashar al Assad», ma dovrebbe entrare, a quel punto, in una coalizione di Stati interventisti di cui potrebbe fare anche parte Israele, e tra i due Stati l’amicizia non è mai stata un sentimento forte.

Oltretutto, la Russia continua a farsi carico della promessa di interventismo negli interessi della Siria e contro, quindi, alla missione «chirurgica» statunitense, insieme alla decisa presa di posizione cinese che vede nella diplomazia l’unico percorso plausibile. La lista sarebbe ancora lunga, ma finiamola qui e riflettiamo già su questi punti. La CNN ha trasmesso i video che proverebbero l’attacco col Sarin da parte delle truppe lealiste contro i ribelli, e questo è, per bocca di Obama, un «grave passo oltre la linea rossa». E quindi guerra? Pare di sì, se il gruppo di senatori a cui viene richiesto di votare l’avvio della campagna militare è stato sensibilizzato dagli stessi video. Insomma, prove inconfutabili.

B52+Democracy

Le dichiarazioni mutano ora dopo ora, e gli scenari cambiano a seconda delle singole frasi. Siamo davvero sull’orlo di una guerra? Chi parteciperà? L’ONU avrà un ruolo?E l’Italia?
La crisi rientrerà e non succederà nulla, o davvero vedremo, ancora, aerei militari bombardare a pochi chilometri da noi? E se scoppia davvero la Terza Guerra Mondiale?

Il governo cinese pare abbia autorizzato tre unità navali da guerra per entrare nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Le autorità dell’Egitto avrebbero lasciato passare gli incrociatori pesanti Noauio-83 e Quigb-133, oltre alla portaerei Waishanhu-878. La Russia è già presente nel Mediterraneo con una decina di unità navali, e altre tre stanno raggiungendo le coste siriane attraverso il Mar Nero.

Parliamo di Diritto Internazionale: se la teoria riconosce la dottrina della Responsibility To Protect (R2P), che permette ai membri dell’ONU di intervenire con operazioni dette di peace-enforcement in situazioni di conflitto, è pur vero che dovrebbero esistere delle condizioni di base, come responsabilità accertate, obiettivi limitati, omogeneità di intenti e chiarezza. Non serve nemmeno affermare che già è difficile che esistano questi presupposti in politica estera, ma in questo caso è lampante la loro mancanza. Inoltre, viviamo in un’epoca dove il Diritto Internazionale è sempre più un bel ricordo, dove gli interventi militari, anziché diminuire, continuano ad aumentare (fonte SIPRI), e dove le alleanze, poichè non vincolate su ideologie e/o particolari interessi, sono alternabili come le giacche nel corso dell’anno.

Con l’esempio ancora fresco (ma già rimosso) della Libia, una applicazione pratica della R2P senza obiettivi credibili non fornisce nè garanzie di successo, nè incentivi all’intervento per una pacificazione interna. Una volta rimosso Gheddafi, infatti, ogni gruppo presente sulla scena ha avuto libero accesso agli arsenali e al potere nei confronti di comunità più o meno ampie, e la pacificazione interna è lontana anni luce. Nel frattempo, il conflitto si è spostato in un contesto diverso e più complicato come quello maliano, che ha già richiesto un intervento armato sotto mandato dell’ONU. Anche su questo, il silenzio è di piombo. Siamo, perciò, tanto sicuri che la teoria sia applicabile in ogni contesto?

Per quanto riguarda l’eterogeneità dell’esercito ribelle in Siria, rimandiamo direttamente alla riflessione di Ennio Remondino, già inviato di guerra per la RAI durante gli anni ’90 prima in Bosnia e poi in Kosovo:

Le guerre balcaniche erano state la loro palestra. Volontari musulmani da tutto il mondo a sostegno dei correligionari bosniaci attaccati dalla cristianità serbo-ortodossa e da quella croato-cattolica. Erano i Mujaheddin, Mudžahedin in slavo, come i guerriglieri afghani antisovietici. Molti di loro proprio da là venivano. Comando della “Brigata araba” dell’Armija a Zenica, fuori dall’assedio di Sarajevo dove noi cronisti avremmo potuto documentare presenze imbarazzanti. Ad esempio quegli strani copricapo simili ad un rozzo basco chiamati pakul, che il mondo avrebbe imparato a conoscere nell’immagine del leggendario comandante afghano Massoud. Circa 1800 volontari provenienti da mezzo mondo arabo. Molti di quei combattenti integralisti si fermarono in Bosnia.

Presenza preoccupante da sempre. Ora, col massacro in Siria le nuove leve di quelle enclavi integraliste isolate nelle campagne bosniache scendono verso i deserti siriaci. E dopo papa Francesco che propone il digiuno per la pace, ecco l’appello preoccupato del “papa” della comunità musulmana bosniaca, il reis-ul-ulema Husein Kavazovic. «I veri musulmani devono spegnere i focolai di guerra e odio, non attizzarli», è l’ammonimento preoccupato. Pochi mesi fa i dati forniti al Parlamento di Sarajevo secondo cui sarebbero almeno 370 i bosniaci che starebbero combattendo in Siria, Afghanistan, Iraq e Cecenia. Retaggio di un fanatismo ereditato 20 anni fa dalla tragedia bosniaca ed alimentato, da allora, da non innocenti aiuti della parte più chiusa dell’islam saudita.

Il pericolo di una guerra in Siria ha, però, un merito: decide, una volta per tutte, che il tempo delle guerre umanitarie è (già) finito; che il peace-keeping e i suoi fratelli sono teorie valide per certi contesti e in determinati momenti; che la Storia non riesce davvero a insegnarci niente, e che Iraq, Bosnia, Kosovo, Somalia, Cecenia, Afghanistan, Libia, Mali, Sudan, Congo, Costa d’Avorio e adesso Siria sono solamente nomi da ricordare e terre da sacrificare; che una volta, pochi anni fa, ancora un minimo di sollevamento di piazza esisteva, oggi no;

Che nell’epoca di facebook e twitter si riesce a parlarsi tutto il giorno, ma organizzare un movimento reale per dimostrare una contrarietà è utopia; che le teorie complottiste hanno vinto sulla razionalità, e che ascoltare ancora una volta che ci sarà una «guerra lampo, chirurgica ed efficace» ricorda un’altro tempo, quasi cento anni fa, quando gli Stati si scontrarono per la prima volta in un unico, grande, tragico, conflitto mondiale.

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