“Non è il Club Med” La strada per Coban

Alta Verapaz 5

L’ultima settimana ha visto lentamente scendere l’adrenalina, per fare spazio ad una calma e placida routine. Per esempio, lunedì sono andato di buon mattino in ufficio e ci sono rimasto tutto il giorno. Alla sera ho guardato un bel film messicano e poi sono andato a dormire.Martedì é passata la capa a prendermi. Alle cinque del mattino, «in modo da poter evitare il traffico». Siamo partiti per Coban. Cinque ore di macchina a parlare (lei) di clandestinità, lotta armata, esilio. Il panorama però era bellissimo. Regione altiplanica, sopra i mille metri. Piantagioni di caffé e cardamomo (che nella classifica dei prodotti più esportati sono subito dietro la paura e la malaria). Arriviamo giusto per vedere la fine del funerale di alcuni desaparecidos riconosciuti, maya come quasi tutta la popolazione della zona. Ci trasferiamo nel chiostro dove sono stati allestiti vari altari con le foto, chi ne aveva, dei morti. In sottofondo, fino a rompere i timpani, la band delle canzoni da chiesa. Amplificati al massimo, canzoni di gesù, in lingua maya ixil, su basi di Francoise Hardy 

e Laura Pausini.

Perché l’esercito adesso non spara più, si chiedono tutti.

Mercoledì invece accompagno l’agronomo, sempre lui, che vive in Coban con sua moglie, francese. Andiamo a vendere il caffè di una cooperativa di campesinos che hanno occupato un latifondo. Lo vendiamo ad altri latifondisti, che ci vuoi fare, hanno loro le macchine per torrefarlo. Al ritorno incontriamo un tipica scena di vita locale, da volantino della pro-loco: enorme coda per entrare in capitale. Al nostro fianco arriva pick-up bianco.  Alla guida mega figona, la prima che incontro in questo paese di tracagnotti. In seconda fila un bambina, diciamo sua figlia. Nel cassone dietro quattro tipi incappucciati, pistole in mano o in bella vista, intenti ad agitare delle lattine di birra. Io sostengo che siamo in GTA. Giovedì, venerdì, sabato, domenica. In questi giorni ho un po’ girato ed ho avuto qualche conversazione illuminante. Vi racconto solo di una conversazione e di una illuminazione.

Conversazione, domenica (dei morti) a pranzo. A casa mia, questo luogo infimo, arriva un parente della padrona, con moglie. A tavola siamo in dieci ma solo lui e sua moglie domandano, solo io rispondo. Sono stati in Europa nel ’75, gran tour, mezza Italia, ah sì mi ricordo la Liguria, Venesia, Pissa, Florencia, che bueno che bueno. Poi il vecchio dice che lui é un chirurgo, che ha studiato a Harvard, Boston, nel 1960 e passa. Che ora é in pensione. Mi chiede che faccio. Io cerco di sviare, mi é stato detto di non dire mai precisamente per chi lavoro, perché non tutti apprezzano. E poi sto qua é un bianco, ha studiato ad Harvard, parla di viaggi. Però alla fine gli dico che lavoro con famigliari di vittime del genocidio. E qui si apre il comizio, sempre molto cordiale ma deciso. Un vero esempio di aristocrazia centroamericana: intanto, non c’é stato genocidio! Perché si sono fatti tanti morti, ma gli indigeni erano complici della guerriglia (la famosa acqua in cui nuotano i pesci). Se non fosse stato per l’esercito ora eravamo come a Cuba, o come in Nicaragua (la gente di qui scappa in Nicaragua, che pare comunque un posto atroce).

Anche la guerriglia ha fatto un sacco di morti (il 3% di tutto il conflitto, nei numeri) ma soprattutto non si possono fare i sindacati! Nella piantagione si lavora, noi esportiamo solo zucchero, caffè e cardamomo, tantissimo, e questo é bene (poi se il prezzo scende amen). E poi un conto é l’Europa, gli Usa. Qui non si può fare in maniera normale, gli indios non capiscono. Io cerco di mangiare in fretta la frutta, quasi ci infilo la testa dentro per non farmi più vedere. Si sono alzati tutti, resto solo io col vecchio. Lui dice che Arevalo era comunista e che non si poteva che fare un golpe! (Storia neutrale: Arevalo, liberale, viene eletto nel 1944 presidente del Guate. Vara una riforma agraria timida, espropriando alcune terre, non coltivate, alla United Fruit Company, ora Chiquita. (La compagnia possedeva pure i porti, le ferrovie e la rete elettrica). Gliele paga secondo il valore che l’azienda dichiarava per l’imposizioni fiscale, quindi quasi nulla [un colpo di genio]. Le distribuisce ai senza terra, la maggior parte degli abitanti. Entro dieci anni l’azienda, che aveva come amministratore delegato il fratello del capo della CIA, organizza un golpe per fermare il comunismo dilagante. Gli iscritti al partito comunista al momento del golpe, 1954, sono 412. Meno che in Germania sotto il nazismo).

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Inizia a elencare una specie di programma politico, che dice di aver sentito dal presidente della Cina. Numero uno: pena di morte! Numero due: pena di morte dai quindici anni in su. Numero tre: pena di morte per i burocrati e i politici che rubano (e per i militari, aggiungo io ma solo nella mia mente ormai stordita dalle fucilazioni dozzinali) Numero quattro: si lavora dai quindici anni in poi. Ma fino ai diciotto tutti devono poter studiare, la sera. Numero cinque: i chirurghi non devono specializzarsi troppo, devono saper operare tutte le parti anatomiche, come quando lui studiava, che lui operava tutto, anche i testicoli! Numero sei: pena di morte ai terroristi (chi non la pensa come lui, credo). Alla fine io gli dico che devo andare in piscina e lui mi saluta dicendo che abbiamo conversato alla pari, e che ognuno ha detto la sua senza pensare di avere per forza ragione.

Illuminazione. Il Guatemala, in un certo senso, é come i suoi autobus pubblici. C’é un pazzo che li guida, di un coraggio ubriaco. A cannone, ma senza un senso. I passeggeri sono dei disperati che si affidano al pazzo perché spesso non hanno alternative, e fuori é comunque pericoloso. A controllare tutto c’é quello che l’autista considera una canaglia mondiale, il tipo che sta fuori dalla porta a gridare e fischiare, e prende i soldi a quelli che entrano. I due si sentono tranquilli, perché pagano il pizzo ai banditi che stanno fuori. Ogni tanto però succede che i banditi, tipo gli Stati Uniti o le gang, assaltano lo stesso il bus, sparano all’autista e fregano i soldi a tutti quanti. Allora l’autista viene rimpiazzato da quello che prima gridava appeso fuori, che prende uno ancora più pazzo di lui per gridare al suo posto e riscuotere il biglietto, tipo un generale stragista. Alcuni passeggeri non ne possono più di essere rapinati, rischiare la vita, non arrivare mai da nessuna parte.

Scendono dal bus e se ne vanno negli Stati Uniti o nelle gang locali. E assaltano anche loro i passeggeri rimasti. Che a quel punto non capiscono più un cazzo ed eleggono un nuovo autista, matto come un cavallo pure lui, ma questa volta cattivo pure. E tutti a darsi mazzate. Intanto il pullman é sempre più scassato, va sempre più lento. Se per caso viene eletto un autista con un minimo di senso non cambia nulla, viene fatto fuori comunque. Gli unici che ci guadagnano sempre sono quelli che hanno la macchina, che vanno per i cavoli loro e se il bus li urta punto primo pena di morte. (Oh gente sono giorni che prendo il bus e gli Stati Uniti non mi hanno mai sparato, tranquilli tutti).

Guatemala City

Lorenzo Ciancaglini

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