“Non è il Club Med” Il costo dello zucchero

La stazione degli autobus

Nel giorno in cui la stampa guatemalteca celebra il sorpasso di Escuintla ai danni di Chiquimula nella classifica dei dipartimenti più pericolosi (ben 565 morti ammazzati in dieci mesi, leader nel settore) non possiamo che parlare di una delle perle della regione, Santa Lucia Cotzumalguapa. Forse da questa storia si capiranno le radici di questa violenza.

La guida Routard ignora del tutto la zona, e secondo me fa benissimo, ma la Lonely Planet riporta la seguente  descrizione: “(…) la città é tutt’altro che entusiasmante, benché non sia pericolosa (sic). La gente del posto discende dai pipil, un popolo antico che aveva legami linguistici e culturali con le genti di lingua nahuatl del Messico centrale. All’inizio del periodo classico, i pipil che vivevano qui coltivavano il cacao, la moneta del tempo. Erano ossessionati dal gioco della palla e dai riti e misteri della morte”. Cominciamo bene.

Secondo l’interpretazione di non ricordo quale codice, l’antropologo Ruud Van Akkeren mi dice che Cotzumalguapa significa «el lugar de la comadreja» cioé “il luogo della donnola”. Ma per donnola qui si intende la Banda della Donnola, un compagnia di mercenari assassini che nel periodo maya preclassico scortava i ricchi mercanti del nord. E ancora oggi l’antica tradizione si mantiene viva, dato che nella aldea (paesino) di El Naranjo, poco distante, vive una felice comunità di sicari, che lavorano per i narcos messicani che in questa zona hanno parecchi traffici. Il loro capo é stato da poco trovato senza le mani e la lingua all’ingresso della città.

Qui la storia recente, diciamo degli ultimi duecento anni, é legata a una sola cosa: la monocoltura. Prima cotone, poi zucchero. Tutta la città, un centomila residenti fissi, é circondata da vaste pianure di caña de azúcar, interrotte solo dai vulcani de fuego e de agua (come al solito quando ho chiesto se si potevano scalare mi hanno detto che é pericoloso perché sul sentiero ti derubano. E’ un’ossessione). Tutte le vaste pianure sono di una famiglia, tali Pantaleon. Per vari motivi ci tengo a dire che loro non c’entrano nulla, mai.

La canna da zucchero funziona così. Per sei mesi la fai crescere, e l’unica cosa da ricordarsi é passare con un aereo a buttare sui campi il diserbante, e amen se si passa pure sulla gente e sui loro campicelli privati, il microfundo. Quando la caña inizia a fiorire si fanno arrivare dalle pianure un po’ di decine di migliaia di lavoratori stagionali, indigeni. Ai bei tempi, se questi non volevano venire, si faceva una legge che proibiva il vagabondaggio. Poi si fermava uno per la strada e gli si diceva: dove vai? E lui: cazzi miei. Due schiaffi e lo si buttava nel camion con gli altri. Tra l’altro il genio che ha inventato questa regola é un luciano doc, Castillo Armas, golpista, alcolizzato e burattino della CIA.

Poi si metteva la gente in delle baracche, e si faceva un contratto a voce. Per sei mesi si lavorava, senza mai uscire dalla proprietà, comprando da mangiare allo spaccio aziendale. Solo che il mangiare e l’affitto delle baracche costavano il triplo che fuori dal campo. Alla fine dei sei mesi uno aveva giusto i soldi per tornarsene a casa, a calci in culo. Ancora oggi il lavoro é sempre quello. Ci si copre il più possibile per non bruciarsi, visto che ci sono trenta gradi tutto il giorno. Poi si da fuoco ai canneti, in modo che i serpenti scappino e le canne siano più facili da tagliare. Col machete si tagliano le canne. Si fanno dei mucchi e li si trasporta fino all’ingenio, la fabbrica di zucchero. Tutto questo finché c’é luce, tutti i giorni. A fine giornata si torna in baracca e i contadini fanno alla moglie quello che il padrone fa a loro, ma con la cinghia, riproducendo in famiglia il sistema di sfruttamento. A quarant’anni tutti sono da buttare.

Alla fine degli anni sessanta, quando già da dieci il colpo di stato militare aveva salvato i finqueros, i latifondisti, dall’esproprio delle terre incolte, vari preti olandesi e belgi arrivano qui e iniziano a predicare in maniera differente, seguendo le riflessioni della Teologia della Liberazione. I catechisti usciti da questa scuola, uniti ad alcuni studenti di sinistra, generalmente della capitale, vanno a formare un sindacato contadino, il CUC, che in pochi anni guadagna molti entusiasmi, non solo in questa regione. Si organizzano vari scioperi e si raggiungono risultati soddisfacenti. Il salario giornaliero passa da 1.12 a 3.20 quetzal al giorno (al momento é 5 quetzal pari, per potere d’acquisto, a cinque euro). Ovviamente i padroni non stanno a guardare, e iniziano a finanziare vari settori militari perché facciano un po’ il loro dovere. Poi la repressione locale si inserisce nelle strategie nazionali di terra bruciata, e negli anni 1981-82 arriva, finalmente, la mano pesante. Niente massacri come con gli indigeni, qui la popolazione é ladina, ma un centinaio di omicidi mirati, tra cui il prete, padre Walter, belga.

Ognuno per se, Dio per tutti, i sopravvissuti scappano e si nascondono. Poveri, ignoranti, impauriti, vivono ancora adesso, per la maggior parte, in case di lamiera. Anche se negli arredi interni ci sono delle soluzioni interessanti, la situazione é pesa. A me é bastata una settimana per poter pianamente apprezzare la famosa doccia che da la scossa.

Ancora oggi a Santa Lucia non c’é un sindacato, e tutti quelli che fanno parte dei partiti di sinistra non sono ammessi a lavorare nella finca. Il partito degli ex-guerriglieri ha vinto le elezioni nel 2006, ma ha perso le successive, forse perché hanno sparato al candidato, tale Florentin, pochi giorni prima delle votazioni. Aveva promesso ai parenti dei desaparecidos che avrebbe permesso loro di costruire un monumento ai caduti. Sono quasi contento che non ce l’abbia fatta. Ho visto lo schizzo del progetto: due mani artigliate che spuntano dalla terra, con nel palmo gli spruzzi di una fontana. Quando si dice: chi ha fatto sta roba bisognerebbe ammazzarlo.

Da qualche giorno é iniziata la zafra, la raccolta della canna. Il sistema é un po’ più umano perché la canne le raccolgono le ruspe, di notte o al mattino, come potrete apprezzare in questi video che ho temerariamente girato. Restano comunque i lavoratori a bruciare e tagliare. Tutta la città si ricopre di bruscolini neri, tutti tossiscono. La monocoltura ha distrutto l’ambiente, ed alcuni terreni sono ormai sabbia. Quando poi alla borsa di Chicago, magari per la speculazione di un food-broker in Korea, il prezzo dello zucchero va giù, lì sì che non si mangia più.

Nel 2012 CoDeCa, un sindacato mezzo clandestino, ha svolto una indagine su quasi un terzo delle piantagioni del Guatemala (caffé, tabacco, canna da zucchero, cotone, olio di palma, gomma, banane). Appena pubblicato due di loro sono morti. Giusto per dare qualche dato: il 70% dei lavoratori sono indigeni e lavorano tra le nove e le dodici ore al giorno, senza straordinari (e ci mancherebbe pure). Oltre il 90% lavora a cottimo e di questi il 57% ha bisogno dell’aiuto di familiari per raggiungere l’obiettivo fissato. Il 90% prende meno del salario minimo (donne al 97%). Il 3% fa le vacanze. Il 90% non é registrato all’istituto di previdenza sociale. L’1% fa parte di un sindacato, 84% dichiara che nel contratto, verbale, c’é una sanzione in caso di affiliazione al famoso sindacato. L’82% dichiara che gli ispettori del lavoro prendono soldi dai patronos. Non si assumono persone sopra i quarant’anni. Evitiamo le cifre sul lavoro minorile per non sembrare troppo di parte.

Il centro della città vive di due sole cose: i bordelli e i bar, che qui si chiamano cantinas. Spesso le due cose coincidono. I lavoratori stagionali vengono a spendere quel poco che hanno e al mattino é pieno di gente svenuta per la strada o all’entrata dei bar. E’ pieno di gente strafatta che si aggira ciondolante, sotto un sole allucinante. Ma ci sono anche delle situazioni piacevoli: l’altro giorno, verso le sette e mezza, sono andato a prendere il bus, un vecchio scassone di scuola-bus giallo americano, con mille foto di Gesù e Messi attaccate ovunque e il pavimento coi buchi. L’autista, un ciccione mondiale, stava dormendo al volante, tutti quelli che entravano gli davano dei colpetti sul berrettino ma lui niente, sempre a dormire. Siamo stati mezz’ora ad aspettare i comodi suoi. Intanto sul pullman sono saliti i vari venditori ambulanti e pure un predicatore evangelico (ce ne sono a quintali, finanziati fin dagli anni sessanta dalla CIA per contrastare i teologi della liberazione, cattolici) che ha rotto il cazzo su non so quale colpa delle donne. Poi é iniziato un fitto lancio di noccioline sull’autista, con mille bimbi pazzi che gridavano: ¡Vamonos panzón!

E infine é salito il copiloto, uno che di lavoro sta attaccato a un tubo e si sporge pericolosamente dalla porta davanti gridando come un matto i nomi delle fermate. Ha acceso il bus, collegando i fili, come nei film. E’ partita la musica e siamo andati.

Insomma, io consiglio di venire qui a tutti quelli che cercano i luoghi tipici, il paese reale, il vero Guatemala, le mete poco turistiche. Tra l’altro, sempre in Lonely Planet, troviamo pure la recensione del “Hospedaje la Reforma: singole/doppie 4/7 euro. Questo albergo ha tre cose che lo rendono molto allettante: é economico, centrale e il patio é decorato con teste di cinghiale imbalsamate. E se poi vi piace dormire in una cella di cemento buia e senz’aria, diventano quattro”.
Accontentatevi di questo video promozionale delirante.

Ciudad de Guatemala

Lorenzo Ciancaglini

Della stessa rubrica:

“Non è il Club Med” – La caccia del Perro

“Non è il Club Med” – Carmen la guerrigliera

“Non è il Club Med” – La strada per Coban

“Non è il Club Med” – Il diario dal Guatemala di Lorenzo Ciancaglini

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5 risposte a ““Non è il Club Med” Il costo dello zucchero

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