“Non è il Club Med” Non chiamatela riconciliazione

Velorios Pambach

Venerdì 22 siamo partiti all’alba da San Cristobal Verapaz, con il solito scassone. Dopo cinque minuti, data la pendenza, l’autista ci ha fatti scendere. Il bus non avrebbe retto. Appuntamento allora al Calvario, il picco che sovrasta la laguna Chichoj. Questo inconveniente é costato un’ora. Più un’altra per convicere alcuni che non avremmo mai più abbandonato il bus.
Stavamo andando, e poi ci siamo arrivati, a Pambach, una piccola aldea maya, sperduta nei monti dell’Alta Verapaz. Invitati da una associazione di familiari di desaparecidos ad assistere alla consegna di alcuni feretri, ricondotti ai parenti con la prova del DNA. Il tipico week-end di chi non segue il calcio. La strada per Pambach, più che una strada, é un crescendo d’angoscia. Il paesaggio é eccezionale. Le verdi colline, le verdi brughiere, le verdi scarpate. La carretera é un sentierino di pietroni, sempre sul ciglio. Tutti dicevano: “pensa al ritorno!”

Una volta arrivati ci siamo subito dispersi nella grande folla vicino la chiesa. Saranno state un trecento persone. Quando molti erano già entrati, é arrivato un pick-up con le insegne della commissione governativa per il risarcimento. Un tizio, dal cassone posteriore, ha cominciato a gridare e sotto di lui si é radunata una discreta folla. Poi sono stati distribuiti dei grossi scatoloni di cartone, vari sacchi di juta, lapidi e ceri. Dopo un po’ ho capito che negli scatoloni c’erano i feretri.

Qualche foto per la stampa, c’era uno della Reuters, e i parenti sono entrati in chiesa, appoggiando gli scatoloni sulle bare, otto in tutto mi pare. La messa che si é svolta non saprei dire a che religione appartenesse. Anche la chiesa, seppur con croci e varia simbologia cristiana, era un semplice salone con un palco al fondo. Da lì alcuni personaggi hanno arringato la folla, in lingua locale. Poi é scattato il momento dei lamenti, e tutti hanno iniziato a gridare, a piangere.

Sono uscito angosciatissimo e ho incontrato il distributore di scatoloni. Visto che eravamo gli unici due individui oltre il metro e cinquanta ci siamo presentati. Ha subito detto che con quei begli occhiali sarei stato certamente rapinato. Ed ha cercato in tutti i modi di comprarmeli, ad una cifra mostruosa. Poi mi ha chiesto se dall’Italia potevo farmene spedire un paio, che lui in Italia aveva un amico che gli mandava le cose della Ferrari ma che ora non ci sta più e non sa cosa fare. Infine, estortomi che sono di Genova, mi ha mostrato una sua foto con la maglia della Sampdoria. Soddisfazione provinciale alle stelle.

Appena liberatomi ho raggiunto i miei. Abbiamo seguito due bare, elette non so da chi. Arrivati alla casa dei familiari dei defunti, la famiglia Chiquin Loch Valiente, siamo stati invitati a seguire con loro la veglia. Prima però i ragazzi dell’equipo de antropología forense hanno aperto i famosi pacchi e ricostruito gli scheletri, snocciolando le ossa da vari sacchettini. Una scena che ha destato una curiosità irreprimibile. Il mio gruppo é riuscito a divincolarsi, lasciandomi il compito di filmare il tutto, in una stanza stracolma di vicini curiosi.

Acclarato fosse ormai impossibile respirare, sono corso verso il buffet offerto dai padroni di casa. Era radunato lì mezzo paese. Praticamente solo donne. Gli unici maschi erano qualche vecchietto e pochi giovani. Questa zona, considerata luogo di passaggio della guerriglia, negli anni ’70 é stata militarizzata, tramite check-point militari che controllavano, da valle, il passaggio di merci e persone. Per evitare che i campesiños rifornissero di viveri la guerriglia, erano fissati dei limiti di carico. In questo modo coloro che commerciavano con i paesi vicini sono stati costretti a chiudere bottega e a vivere in un sistema agricolo di sussistenza. Per fortuna in queste zone, date le scarse possibilità di accesso e meccanizzazione, la terra é di chi la coltiva.

I risultati, minimi, hanno convinto l’esercito a inquadrare tutti gli uomini del luogo in formazioni paramilitari, le famigerate Patrullas de autodefensa civil (PAC). I risultati sono dei più disparati. In alcuni casi le PAC si sono rese colpevoli, autonomamente, di massacri in villaggi vicini, spesso per motivi legati alla proprietà della terra o a vecchie dispute. Nella maggior parte dei casi sono stati costretti dai militari a compiere varie atrocità, sia sui loro stessi concittadini che sui guerriglieri. E gli episodi di iniziative personali fuori dalla grazia di Dio sono da manuale di criminologia.

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La lezione che ne possiamo ricavare è che, in generale, andare su per i monti ad armare una popolazione produce risultati abbastanza imprevedibili. Qualcuno che ci scappa di testa c’é sempre.

Non sortendo, appunto, alcun effetto sulle performance dei guerriglieri, negli anni ’80 sono stati organizzati dei massacri che hanno quasi completamente estirpato la terribile piaga degli individui indigeni di sesso maschile. La strategia del togliere l’acqua (el pueblo) al pesce (guerrilla), secondo una locale interpretazione dei manuali contro insurrezionali americani. Dopo questa, anche Reagan ha deciso di non mandare più armi, direttamente.

Ha continuato a farlo tramite Israele, che non si tira mai indietro, e l’Argentina dei colonnelli. Oggi gli stessi strateghi di questi “decreti sicurezza” siedono nei centri direzionali del potere, e sono proprietari delle terre sulle quali hanno massacrato più di 200.000 persone. Ufficialmente per colpire circa 6.000 guerriglieri, senza scarpe. Ma sono costretti dalla comunità internazionale a cedere qualcosa. E così, a spese di paesi donatori, soprattutto nord europei, vengono riaperte le fosse comuni, quando le si riesce a rintracciare, visto che sono quasi tutte dentro le caserme. Iniziano le prove con il DNA, 60 euro circa per ogni osso. E si restituiscono i feretri ai familiari, in pacchi di cartone e sacchi di juta, distribuiti alla veloce da un furgone, come le sigarette di contrabbando.

Guatemala

Lorenzo Ciancaglini

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