“Non è il Club Med” Melodie proibite

tumblr_md35rbHmyT1qzef65o1_500Dopo Cuba, anche il Guatemala ha messo al bando il reggaetón. Non potrà più essere trasmesso via radio. Perciò sono corso subito in discoteca, per svolgere una penetrante inchiesta sociologica e comprendere perché si debba proibire, in un paese dove c’é il coprifuoco, la musica più ascoltata dai giovani (arrapati).

Credo di aver scoperto il motivo. E’ praticamente impossibile non rimanere incinta ballandolo. L’avevo già capito scendendo le scale per arrivare alla pista. Sotto c’era un carnaio festante e certa gente cercava di afferrarmi  per i piedi, dalla ringhiera. Il guatemalteco si avvinghia al ritmo dei più scandenti artisti centroamericani, come i funambolici Wisin & Yandel (abusadora, benedetta la volta che t’ho incontrata…) e quei cialtroni di Manuel Y Mandi (guerreros del centro é una di quelle che spaccano. E’ la storia di due deficienti che vogliono comandare). Proibirne la diffusione via radio farà in modo che le stesse scene non si ripetano più sugli autobus pubblici o nelle code alla posta.

Negli ultimi tempi anche la scena hip hop si é parecchio incattivita contro il reggaetón. I testi profondamente machisti, i video sfarzosi inneggianti ad un’impossibile ricchezza. Tanto che il grande Calle 13, un’ autorità qui a Guate, si é visto costretto a scrivere i seguenti, profondi, versi contro un immaginario artista reggaetón: “Questa canzone é dedicata/ a tutti quei frignoni del Reggaeton/ perché imparino/ voglio che piangano…mi spiace informarti che oggi il mio cervello/ ha fatto colazione con gli steroidi/ e ti ricordo che sei la metà di uno spermatozoo…oggi compirò uno dei miei sogni più grandi/ abusare di te…io non sono uno della strada/ ma manco tu… c’hai l’autista che ti ruba/ il 20% del tuo stipendio/e degli avvocati con quei loro titoli/ ti rubano tutto il grano/e allora dov’é il tuo AK-47/ donde esta tu combo/ que con solamente el contrato/ te lo acaban de meter/ mongo bien bien mongo”. (gli ultimi versi sono troppo belli per essere tradotti).

Anch’io come Calle 13 dopo un po’ non ho più retto lo struscio sudato. Qualche altro giro di valzer e siamo andati in un locale un po’ più tradizionale (mi sono fatto accompagnare dalla mia coinquilina, un Virgilio di un metro e quaranta che mi ha guidato nei meandri della notte). Lì un pubblico più colto e maturo si dimenava al ritmo della cumbia. La cumbia é una danza abbastanza tranquilla, che si balla, per capirci, come se si stesse facendo sci di fondo. Di tutte le canzoni messe dal DJ non posso non ricordare
La Cadenita, del gruppo Sonora Dinamita, colombiani: «Carmen ho perso la catenina/ con il fischietto del Nazareno/ che tu mi regalasti, Carmen…per questo non mi dimentico di te/ se ora ti porto dentro/molto dentro al mio petto/ a te e al Nazareno, Carmen…»

Dopo questa qualcuno già dava segni d’insofferenza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso é stata la marimba, un genere che prende il nome dallo strumento nazionale, una vera corta venas. Un gruppo abbastanza grosso di liceali si é messo a gridare “No quieremos cumbia, no a la mariba, no quieremos cumbia, no a la mariba” e così il DJ ha ripiegato sul genere che accontenta tutti, l’hip hop criminale. Se noi in Italia abbiamo Gianni Vezzosi e Gianni Celeste qui in Guatemala c’é Deco Majota, un simpatizzante della Mara Salvatrucha. Una delle sue canzoni più famose, vuoi che ti spari, fa una lista dei vari modi per uccidere. Ma quella che ha riscosso più successo é certamente Se siente bien: «Mi preparo per la noche/ molto rap, marihuana e incul…Un berretto, scarpe ed esco/ sexy chicas e droga, che si può chiedere di più/ se non c’hai voglia te ne devi andare/ occhio frocio che come chiami la polizia ti assalto/ questo corpo mi tiene drogato/ questa chica al mio lato/ é bella e di certo non mi ha ignorato/ la guardo come un depravato/ e lei ci gode».

La canzone continua con varie minacce ad un tizio, invitato a chiamare la gente del  suo quartiere perché il cantante possa sparare a tutti, sempre strafatto.

Per fortuna il reggaetón ce lo siamo tolti.

Lorenzo Ciancaglini

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