L’erba delle lobby è sempre più verde

26weed-cityroom-blog480«La marijuana non è più dannosa dell’alcool», disse Barack Hussein Obama, in un giorno di febbraio del 2014. Il presidente afro-americano degli Stati Uniti rilasciava questa intervista mentre droni automatizzati monitoravano aree a rischio, mentre l’uomo programmava la missione su Marte e nello stesso momento in cui Berlusconi saliva al Quirinale per le consultazioni con Matteo Renzi. Ora: se avessimo letto questa frase 15 anni fa, quale sarebbe stata la parte più assurda? No, non è Berlusconi.

Dopo decenni di ostracismo, la marijuana è libera. Non tecnicamente, certo, ma a difendere i princìpi di base per cui viene considerata una droga pericolosa sono rimasti in pochi. Perché? Non è una questione di apertura nei confronti di una contro-cultura completamente assente, nè, tanto meno, si tratta di favorire novelli hippie di Comuni organizzate. Al contrario. Il mondo punta una direzione quando questa diventa business. Così è stato per la tecnologia negli ultimi anni, e così è stato anche per le energie rinnovabili. Fino a pochi anni fa, infatti, l’energia pulita era considerata l’ultimo grido dei salotti hollywodiani di certo, ma cosa ben poco pratica per le persone comuni. Riciclare i rifiuti? Per carità! Poi abbiamo scoperto (o meglio, qualcuno ha capito) che la gestione dei rifiuti e il riciclo, insieme alle fonti alternative di energia, erano pozzi di denaro da cui attingere secchiate di miliardi. Da quel momento, il nostro concetto di energia è cambiato. Perché, quindi, dovrebbe essere diverso con la cannabis?

Tralasciamo per un momento definizioni e storia. Parliamo di canne, niente di più, niente di meno. Erba, tabacco, un filtro, una cartina. Nei centomila e uno modi per chiamare questi quattro elementi in ogni lingua del mondo, il risultato è sempre lo stesso. Ma gli avvenimenti recenti hanno dato una svolta improvvisa alla coltivazione, produzione, consumo e mercato di una pianta dalle proprietà naturali rilassanti vissuta da sempre come un tabù. Se la beat generation prima e il reggae poi hanno sdoganato la marijuana come “mezzo” per picconare il sistema conformista, adesso il paradigma si rovescia. Nel 2013 le vendite a scopi medici della sostanza nei 19 stati americani in cui questa era consentita hanno prodotto un ricavo da 1,4 miliardi di dollari, secondo ArcView, un network di investitori specializzati in cannabis. La previsione per il 2014 è quella di arrivare a 2,5 miliardi, mentre la NCIA (National Cannabis Industry Association) punta addirittura ai 3 miliardi di dollari.

Nel frattempo la Casa Bianca ha dato disposizioni perché le banche americane possano accettare tra i loro clienti anche i produttori e i distributori legali di marijuana, eliminando la maggior parte di ostacoli federali. Questo significa che la possibilità di essere a norma è a portata di mano per molte più persone, e che il commercio e la produzione della cannabis saranno incentivati e protetti da leggi federali. In altri termini, non siamo ancora al momento in cui la marijuana sarà liberalizzata come il tabacco o come il gioco d’azzardo, ma il punto di inerzia non è così lontano. Le lobby, per definizione, crescono su un terreno fertile e lo fanno maturare, espandere, moltiplicare, finché le barriere e le limitazioni cadono sotto la pressione del profitto o del largo interesse. Una volta innescata, la bomba non tarderà a esplodere.

Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha diffuso nuove linee guida ai procuratori federali indicando il fatto che le banche che trattano con i produttori e rivenditori non saranno soggette a restrizioni legali. Nei moralissimi Stati Uniti la cannabis è regolamentata in oltre 20 stati per uso terapeutico, mentre risulta legalizzata a scopo ricreativo anche in Colorado e Washington. Perché mai dovrebbe fermarsi qui?

Nel frattempo l’Uruguay di Mujica ha cambiato decisamente rotta sul consumo di cannabis, e la notizia è doppia. Non soltanto uno Stato, per la prima volta in assoluto, legalizza il prodotto, ma nessuno minaccia ritorsioni. Come mai? L’Avvenire (ebbene sì), ce lo spiega:

Il multimilionario George Soros ha sostenuto pubblicamente il progetto di Montevideo. Il 10 per cento dei 34 milioni annuali che la sua Open Society dona all’America Latina sono destinati a promuovere un “nuovo approccio” alla questione droga. Una dei gruppi statunitensi sostenuti da Soros negli Usa, la Drug Policy Alliance – principale fautrice della campagna pro liberalizzazione in Colorado e a Washington– ha inviato un’esperta nel Paese per una consulenza nella stesura della legge. Da Soros – dicono i media uruguayani – verrebbero inoltre 60mila dei 100mila dollari per la campagna pubblicitaria per l’impiego “consapevole” della cannabis. Il nuovo corso ha attratto immediatamente prestigiose case farmaceutiche canadesi, cilene e israeliane che – per ammissione dello stesso segretario alla Presidenza, Diego Cánepa – hanno preso contatto con il governo, l’unico autorizzato a regolarne la produzione, per esplorare le possibilità di acquistare marijuana da Montevideo.

Da qui, il passo è breve. Repubblica, nell’articolo dello scorso 11 dicembre, scriveva: “La legge prevede la creazione di un Istituto di regolamentazione della cannabis (Inc), che concederà licenze ai privati per la coltivazione delle piante da parte di singoli (massimo sei piante a testa), associazioni di consumatori (massimo 45 soci e 99 piante) e produttori più importanti, che venderanno la marijuana attraverso una rete di farmacie autorizzate, per un massimo di 40 grammi mensili a persona. Per rendere possibile il controllo del mercato della marijuana sarà creato anche un registro di consumatori, la cui privacy sarà garantita dalle norme già esistenti in materia di protezione dei dati. Il presidente José Mujica ha ribadito che l’obiettivo della riforma non è “diventare un Paese del fumo libero”, ma piuttosto tentare un “esperimento al di fuori del proibizionismo, che è fallito” per riuscire a “strappare un mercato importante ai trafficanti di droga“.

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