“Non è il Club Med” – La guerriglia della Selva Laconda

©Lorenzo Ciancaglini

©Lorenzo Ciancaglini

Il titolo originale è “Di come siamo andati a trovare i guerriglieri nella Selva Laconda e di come ce ne siamo poi tornati a casa un po’ amareggiati“.
Il primo gennaio del 1994, all’entrata in vigore del NAFTA, migliaia di passamontagna sono usciti dalla Selva Lacandona. Avevano protestato pacificamente contro gli accordi di libero commercio per mesi, ma avevano perso la loro battaglia. Principalmente contadini ed ex-guerriglieri delle rivoluzioni fallite in centro america erano convinti che gli accordi di libero commercio avrebbero permesso agli Stati Uniti di inondare il Messico di prodotti agricoli sussidiati, e quindi a prezzi inferiori di quelli coltivati nell’orto dietro casa. A distanza di vent’anni si può dire avessero totalmente ragione.
In gennaio, appunto, guidati dalla comandante Ramona, hanno assaltato la prigione di San Cristobal de las Casas e incendiato qualche caserma. Quel giorno nasce l’epopea zapatista, l’EZLN, il subcomandante Marcos, il mito del Chiapas terra in rivolta, la nuova speranza dell’America Latina e tutto quello che si é detto, scritto, esagerato. Hanno marciato, lottato, si sono organizzati, hanno tentato di difendere e amministrare le loro terre.
Il primo gennaio del 2014 si sono festeggiati i venti anni da quella entrata in società. Il tre gennaio sono arrivato a San Cristobal de las Casas e non c’era più un cazzo. Solo poster, agende, magliette, scarponi EZLN, scarpe per neonati EZLN, il manubrio del subcomandante, la stilografica della rivoluzione, il posacenere zapatista. E allora abbiamo deciso di andarli a trovare.

Io non ci volevo andare, pensavo di dovermi inoltrare nella giungla per raggiungere un campo militare, a fare la figura del turista delle rivoluzioni. Magari saremmo stati sorpresi nella notte da un bombardamento dell’esercito messicano, ci avrebbero legati come salami e saremmo finiti come i marò in India, con la Bonino che a natale ci porta le arance – l’Italia é con voi- e alla fine saremmo marciti in una prigione del nord per dieci anni, coi narcos. Così ho deciso di portarmi il passaporto e una maglietta di ricambio.

Le cose poi sono andate diversamente. Sapevamo di un caracol, un centro amministrativo zapatista, di nome Oventic, a qualche ora da San Cristobal. Abbiamo preso l’autobus e siamo partiti. Il Chiapas, anche se é in Messico, é un po’ come la Svizzera, verde e collinare, ben ordinato con tutte le sue belle staccionate, i pratoni, le brughiere. E a gennaio fa un freddo bestia, nebbia allucinante. Dopo più di due ore di curve intravediamo tra gli alberi delle bandiere rosse coi buchi a forma di stella. Stiamo per arrivare. L’autobus ci lascia davanti a due pullman, pure qui, maledetti turisti!
Di lato c’é il cartello:

PER ORDINE DELLE AUTORITA’ LOCALI E MUNICIPALI AUTONOME SI PROIBISCONO IL TRANSITO AI VEICOLI ILLEGALI, LA COLTIVAZIONE DI DROGA E GLI ASSALTI

E sotto:

VI TROVATE IN TERRITORIO ZAPATISTA IN RIVOLTA, QUI COMANDA IL POPOLO ED IL GOVERNO UBBIDISCE

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Da una postazione di guardia spuntano due donnine col passamontagna. Di lato c’é un cancello e una discesa che si perde nella nebbia. Chiediamo alle due donne di entrare. Ci dicono di aspettare. Dopo una ventina di minuti, dal fondo della discesa, dalla nebbia, spunta un tizio in passamontagna. E’ una scena da film. Il rivoluzionario sale fino al cancello e da lì inizia un breve interrogatorio. Ha un modulo prestampato da compilare. Chi siamo, da dove veniamo, perché siamo lì, quanto vogliamo stare. Poi ci dice di aspettare. E aspettiamo un altra mezz’ora. La burocrazia rivoluzionaria ci ha lasciati fuori al freddo.

Infine, sempre con la solita scena da film, arrivano altri due in passamantagna. Siamo dentro, é fatta! Adesso ci daranno un fucile e accopperemo un po’ di guardie! Oppure spunterà il subcomandante e mi chiederà i fiammiferi per accendersi la pipa e io gli dirò che ho solo l’accendino e lui dirà qualcosa tipo – Dammi qua, ragazzo! – e strappatomi l’accendino fuggirà nella nebbia, a cavallo.

E invece ci fanno sedere su una panca, ancora ad aspettare, con cervello congelato. Dalla veranda della baracca in cui siamo non si vede nulla. Ogni tanto passa qualche bambino che gioca con le macchinine. Poi esce uno con un fazzoletto che gli copre il viso e ci consegna ad un altro, in passamontagna. Lui sarà la nostra guida, abbiamo un’ora. Potremo mai comprendere la rivoluzione in un’ora e ascoltare i racconti delle battaglie? La nostra guida continua a scendere per lo stradone e mentre la nebbia dirada vediamo le due file di casupole ai nostri lati. Sono tutte dipinte con murales inneggianti a Zapata, alla resistenza, all’autonomia. La nostra guida prosegue, in silenzio. Dietro, sviluppiamo un dialogo folle: gli chiediamo, giusto per spezzare il ghiaccio, come si chiama? Ovvio che no, il nome non si chiede. E allora che gli diciamo? Ma come, che gli diciamo?! Ma che cazzo ne so, sto qui non parla!

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In fondo allo stradone si apre un grande piazzale, con ai lati le scuole. E’ l’occasione per chiedere alla guida qualcosa sugli studenti ma lui risponde che non sa. Intorno non c’é nessuno. Rotto il ghiaccio lo tempestiamo di domande: quante persone abitano a Oventic, da quanto tempo, come funziona il sistema amministrativo, se ci sono delle leggi scritte, cos’é quell’edificio, come sono i rapporti con le istituzioni messicane. L’unica risposta é che lui non lo sa. Dopo aver pascolato ancora per una ventina di minuti ritorniamo su per la salita. La guida, sempre in silenzio, ci porta in una baracca. Un negozio di souvenir! Magliette, bandiere, fazzoletti ricamati. Coi pochi soldi compriamo un fazzoletto ricamato ed usciamo. Di fronte c’é un altro negozietto, ma non compriamo nulla. La nostra guida allora ci saluta e ci indica il cancello. Il giro é durato una quarantina di minuti. Scattiamo qualche foto ed entriamo nel bar, c’é anche la Coca-Cola, dietro la postazione di guardia. Dentro ancora souvenir e una sala da pranzo con le pareti tappezzate di fotografie. Quale che sia l’ambientazione, battaglie, comizi, vacanze al mare e partite di calcio, tutti hanno il passamontagna.

Spesi gli ultimi averi passiamo dal cancello e ci mettiamo alla fermata dell’autobus per tornarcene a San Cristobal, senza aver capito niente e senza aver nemmeno pranzato. Ma si sa, la rivoluzione non si fa con la pancia piena.

Guatemala

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