“Tuk Tuk Malaysia” – Giacca, cravatta e varani

drago Inauguriamo una nuova rubrica. Dopo Guatemala e Palestina, è la volta della Malesia! Guido Striglioni, genovese transfugo nel sud-est asiatico per lavoro, ci racconta momenti di una vita particolare tra giungla e grattacieli. Buona lettura!

Giovedì 2 Gennaio metto piede in ufficio dopo due settimane di vagabondaggi tra isole thailandesi e malesi. Non faccio neanche in tempo di accorgermi di essermi ammalato per l’aria condizionata sparata a temperature siberiane che Domenica 5, tra uno starnuto e l’altro, parto alla volta dello Sri Lanka.

E  che c’entra lo Sri Lanka adesso? Non è stato un viaggio vacanziero, bensì di lavoro. Enterprise Asia (la società per cui lavoro) ha organizzato nei mesi passati un concorso per poter selezionare e premiare i migliori imprenditori cingalesi, selezionati in diverse categorie quali miglior imprenditore emergente, migliore imprenditrice, creatività del proprio business etc..

In tutto ciò, io e altri tre colleghi siamo stati mandati a incontrare di persona e intervistare i candidati per un’ulteriore analisi e selezione. In termini pratici penso di aver attraversato in lungo e in largo l’intera isola per poter parlare con le persone più disparate nei luoghi più remoti dello Sri Lanka.

Proprietari di piantagioni di thè, allevatori di polli, proprietari di miniere e hotel, pescatori di tonni. Tutti sono stati rintracciati e intervistati da me e dal mio socio Nashdev (era lui che conduceva principalmente le interviste, io facevo più che altro da spalla). Tracannando svariati litri di thè che ci veniva gentilmente offerto abbiamo girato veramente come trottole.

Ma è stato un bene. Il secondo team (gli altri due colleghi) è  rimasto fisso per l’intera settimana a Colombo, la capitale. Noi invece abbiamo avuto modo di vedere, seppur di fretta, paesaggi e luoghi splendidi, che svariavano dalla spiaggia da surfisti a montagne alte più di mille metri immerse in piantagioni di thè che si estendevano a perdita d’occhio.

L’impressione che ho avuto sullo Sri Lanka è davvero positiva. E’ assolutamente un luogo dove mi piacerebbe tornare con spirito vacanziero. Ai miei occhi è apparsa come una versione più soft e meno impegnativa dell’India. I paesaggi e le situazioni sono molto simili, ma c’è indubbiamente molto meno disagio e stress rispetto all’immensità e al caos indiano.

Non viene comunque a mancare l’indiscutibile creatività tipica dei dirimpettai. Lo scettro per idea brillante (in tutti i sensi) lo conferisco senza esitazione ai tre premi nobel che per potersi riscaldare in una giornata piovosa avevano acceso un falò accanto ad un distributore di benzina.

Attraversata da un’infinità di strade e stradine, l’isola è un susseguirsi di risaie, paesini, statue di Buddha e di Gesù.

In tutto questo andirivieni eravamo costantemente vestiti in giacca e cravatta. Alle volte mi sentivo molto assicuratore che va a vendere polizze ai tuareg in mezzo al deserto. Era jungla e c’erano scimmiette zampettanti, ma vista dall’esterno penso che la scena fosse simile.

Per una settimana ho praticamente vissuto con Nash, Mr. Kamini e Sony. Questi ultimi due erano rispettivamente la “guida” e l’autista locali che ci hanno accompagnati ovunque noi andassimo.

Le scene migliori erano le richieste di informazioni alle persone incontrate per strada le innumerevoli volte che ci siamo persi. Dialoghi incomprensibili condotti con gente che sembrava appena uscita dalla doccia (in SL, così come in India, gli uomini spesso vanno in giro a torso nudo, scalzi e con una specie di saio intorno alla vita che sembra un asciugamano), sonnacchiosi guidatori di tuk tuk (l’ape piaggio usata come taxi) e indecifrabili anziani dall’espressione savia.

In particolar modo Sony era uno che offriva molteplici spunti di analisi. Uomo di mezza età sempre col sorriso e pronto a qualsiasi tipo di discussione in un inglese incomprensibile. Un pazzo scatenato al volante il cui massimo credo automobilistico consisteva nell’andare costantemente a bomba e contromano per poter superare chi osava stargli davanti. Aveva una maniera tutta sua di risolvere l’impiccio del dover condividere la corsia con chiunque gli stesse venendo addosso per il fatto che lui si trovasse nel lato sbagliato: più era grosso il veicolo che gli veniva incontro più Sony accelerava per schivarlo all’ultimo.

Almeno tre, quattro volte ci siamo trovati in frontale pieno con autobus guidati da gente ancora più matta del buon Sony.

Queste situazione di terrore puro venivano intramezzate dalla presenza di placide mucche sdraiate nel mezzo dell’autostrada e varani di più di due metri che attraversavano senza troppa fretta la strada.

Sulla via del ritorno ci siamo anche concessi un breve scalo alle Maldive, che ho solamente visto di sfuggita dal finestrino dell’aereo, troppo intento a contorcermi sul sedile per riuscire a dormire, cercando di dimenticare quella birra scura di troppo bevuta la sera prima.

Kuala Lumpur

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