Tutti alle urne! Il mondo vota (non solo in Europa)

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Lo scorso weekend, 25 maggio, è stato un fine settimana di elezioni. Amministrative, regionali, europee in Italia, ma anche in tutti gli altri Paesi europei. Al di là dei voti, di chi abbia vinto o chi abbia perso (rimandiamo ai quotidiani le dissertazioni), è stato in realtà un weekend storico per la concomitanza di tante tornate elettorali, sparse un po’ ovunque nel mondo. Vediamo dove e che tipo di mondo esce dalle urne.

Uno dei risultati più rilevanti a livello europeo, infatti, non è stato soltanto il voto relativo al Parlamento di Strasburgo, ma anche quello che è successo in Ucraina. Dopo mesi di lotta intestina, dopo la secessione/annessione della Crimea alla Russia, le parti in campo si riposizionano in vista di un voto quanto mai compromesso. Dalle urne di Kiev esce vincitore Petro Oleksijovyč Porošenko, magnate del cioccolato e uomo più ricco di tutto il Paese. Il nuovo presidente ucraino, forte del risultato ottenuto, ha subito sentenziato: «Ora la pace». Peccato che il suo concetto di pace sia leggermente diverso da ciò che pensiamo, dal momento che nell’arco di un paio di giorni si è rivolto ai “ribelli” dell’Ucraina orientale affermando: «Smettete di combattere o morirete». Pacifico.

ucraina-barricateLa crisi ucraina va confondendosi sempre di più tra la propaganda occidentale e quella russofona, ma il quadro della situazione sembra tendenzialmente influenzato da sistemi pilotati quali Otpor et similia. Negli ultimi giorni i dati vanno a ingrossare le statistiche (»100 morti fra i ribelli», «un elicottero di Kiev abbattuto con 14 morti»), ma lo scenario generale deve essere analizzato in un altro sistema. Le oligarchie che hanno di fatto sempre controllato il Paese non sono riconducibili in toto al concetto europeo di democrazia, per cui la guerra non è solo assimilabile tra i pro-Europa e i filo-russi, che vorrebbero un’annessione dell’auto-proclamata Repubblica del Donbass da parte della Russia. La cornice in cui guardare deve essere letta come una lotta tra fazioni di oligarchi che controllano sistemi industriali di interi settori. Gli omicidi delle squadracce nazi-nazionaliste di Kiev e le «operazioni anti-terroristiche» del governo da una parte, la rappresaglia dei secessionisti e la resistenza dei comunisti dall’altra? Vero è che in Ucraina si sta decidendo la vera politica estera europea, perché tutto si può dire tranne che ciò che sta accadendo sia una decisione del solo popolo ucraino.

Oltre all’Europa, anche l’Africa è andata al voto il 25 maggio. In Egitto la vittoria di Al Sisi è stata investita da una violenta forma di astensionismo (a seggi aperti si è deciso di prolungare di un giorno la tornata elettorale, almeno per salvare la faccia). Abdel Fattah al Sisi, il neo-Presidente egiziano, ha puntato tutto sul paternalismo e sul nazionalismo, evitando di proporre riforme nazionali che si scollino dagli ultimi tre anni di rivoluzioni ed eccidi. Al termine dello spoglio, il generale ha conquistato il 96,2% dei suffragi, mentre il suo unico avversario, il leader della sinistra laica Hamdeen Sabbahi si è fermato al 3,8%. Sabahi rappresentava la foglia di fico di Al Sisi, legittimando di fatto la sua elezione. Il forte astensionismo pesa come un macigno sulle elezioni, perché il sabotaggio “politico” dei Fratelli Musulmani ha un valore aggiunto. Di fatto, buona parte dell’elettorato che non si è mosso da casa probabilmente avrebbe votato per un candidato come Mohamed Morsi, dimissionato dal colpo di stato del luglio 2013, a cui sono seguite rivolte e centinaia di morti.

Consultazioni complicate anche in Guinea Bissau, dove l’ex Ministro delle Finanze Josè Mario Vaz ha vinto il turno Guinea Bissau Electiondelle presidenziali con il 62% di voti. L’elezione di Vaz, tuttavia, è stata contestata dai suoi avversari, che denunciano brogli. La situazione di stallo potrebbe portare nuovamente nel caos il Paese africano, che vede le elezioni per la prima volta dopo il colpo di stato del 2012.

Ma anche in India si è andati al voto nei giorni scorsi, e quello che è uscito dai seggi è uno scenario completamente diverso rispetto al passato. Il successo di Narendra Damodar Modi, che guida il partito della destra induista Bharatiya janata party (Bjp), potrebbe significare non poche frizioni con le altre appartenenze religiose. L’India conosce bene la violenza interreligiosa, e nonostante il Bjp abbia cavalcato il buon governo di Modi nel Gujarat, dove era governatore. Modi si è fatto conoscere per l’apertura alle imprese, per il supporto al settore privato, anche se i suoi detrattori lo accusano di fare suoi i risultati della precedente amministrazione. Inoltre, Modi è accusato di aver organizzato un pogrom anti-musulmano nel 2002. Il Bjp detiene oggi la maggioranza assoluta nel parlamento indiano, un successo storico pensando che è la prima volta che accade dal 1948. Con oltre 282 seggi su 543, Modi può approvare riforme importanti, ma i 680 milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sussistenza probabilmente verranno poco interessate dalle sue prospettive. Fino al 2015 Modi non potrà cntare sulla maggioranza alla Rajya Sabha (camera alta del parlamento), e dovrà perciò accordarsi con il Congress Party guidato oggi da Rahul Gandhi.

Altro continente, altro scenario. Le elezioni presidenziali in Colombia del 25 maggio (toh!) non hanno avuto un vincitore. Il candidato del Centro Democratico, Oscar Ivan Zuluaga, ha ottenuto il 29% dei voti, sorpassando di misura l’attuale Presidente Juan Manuel Santos, che ha preso solo il 25%. Il ballottaggio è previsto per il 15 giugno, e il risultato è tutt’altro che scontato. Santos, eletto Presidente nel 2010, è noto soprattutto per aver iniziato gli storici negoziati di pace con le FARC, il gruppo para-militare che vive nelle foreste e che impegna l’esercito di Bogotà da decenni. I negoziati si svolgono a Cuba, sotto la supervisione di un team di esperti internazionali che si occupano di limare pezzo per pezzo ogni singola dichiarazione. Ogni 15 giorni il governo colombiano e i rappresentanti dei guerriglieri si ritrovano all’Avana. FARC-COLOMBIAZuluaga, candidato del partito dell’ex Presidente Uribe, potrebbe vincere il ballottaggio di giugno mandando probabilmente in fumo gli sforzi di Santos. Uribe, infatti, fondatore e deus ex machina del partito, è stato uno dei più feroci oppositori delle FARC, impiegando nei suoi anni di mandato migliaia di soldati, oltre che i droni statunitensi.

 

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