L’Islam africano, tra sufismo e giovani democrazie

Magal , ToubaNegli ultimi anni si fa un gran parlare delle “giovani” democrazie africane, che si devono riprendere tutto il cammino perso per la strada, in termini di economia e di sviluppo. Del continente africano, inoltre, ci si concentra su alcuni Paesi-chiave, lasciando che siano una specie di leader regionali. Gli altri, si pensa, verranno a rimorchio. Guardando ai risultati, è innegabili che alcuni Stati africani abbiano raggiunto termini economici davvero notevoli – pensiamo al Sudafrica, ormai nel novero del G20, o della colossale Nigeria. Ma il ragionamento economico è eccessivamente semplicistico, e distrae la vera analisi sul continente africano. Per raggiungere livelli di profondità maggiori, abbiamo incontrato Andrea Menegatti, che da anni si occupa di democratizzazione in Africa sub-sahariana e fa ricerca sul campo sulla partecipazione politica nell’area mauro-senegalese, perché ci raccontasse il suo pensiero, in occasione della recente uscita del suo ultimo libro, Islam in West Africa – Sufismo e fondamentalismo nelle giovani democrazie africane (Ananke, 19,50€). Ecco l’intervista completa.

Tanti anni di studio sulle regioni occidentali africane a cosa ti hanno portato?

«Questo libro nasce da una tesi di dottorato sviluppata all’Università di Torino, ma precisiamo fin da subito che l’ambito è di pura scienza politica. Non cadiamo nella trappola di raccontare l’Islam sotto mille aspetti, finendo poi per generalizzare. Ho voluto esaminare tre Paesi, cioè il Mali, la Mauritania – il mio luogo d’adozione, per così dire – e il Senegal. Sono partito da una semplice domanda, che però condiziona la maggior parte della nostra conoscenza attuale sull’altra sponda del Mediterraneo, ovvero: Islam e democrazia sono compatibili?»

E cosa hai trovato? Spesso sentiamo dire che una democrazia può avere tante forme.

«Io su questo punto sono stato inflessibile, per così dire. Non mi sono mai fatto lo scrupolo di declinare la democrazia in forme “esotiche”, perché altrimenti snaturi la ricerca. L’idea di “un certo tipo di democrazia” in realtà è affidata a “un certo tipo di Islam”. Sono applicazioni differenti, perché in ogni caso è condiviso a livello mondiale che la democrazia sia preferibile rispetto ad altre forme di governo. Consideriamo quindi di base la competizione, la partecipazione e la cultura democratica. Quello che ho trovato, studiando a fondo sul campo questi tipi di democrazie, è che una condivisione di valori democratici è possibile nel momento in cui l’Islam riesce a cambiare passo.»

Negli ultimi anni vediamo tante potenze straniere puntare nuovamente sul continente. Dal fenomeno del land-grabbing agli interventi militari, la Francia, gli Stati Uniti e la Cina sono ormai saldamente con i piedi in Africa, soprattutto nell’area che hai analizzato. Queste influenze quanto pensi abbiano pesato sullo sviluppo democratico?

«Sfatando un mito, non credo che la presenza straniera in Africa abbia inciso in maniera negativa sullo sviluppo democratico. Certo, è innegabile che la Francia o gli Stati Uniti abbiano un’influenza pesante sulla regione. Però non parliamo di neo-colonialismo. L’interesse francese non è certamente quello di impossessarsi del territorio, quanto piuttosto di rivendicare una certa forma di supremazia economica oltre che politica. Ma soprattutto è una difesa di risorse che sono considerate “francesi”. L’intervento francese in Mali, ad esempio, segue naturalmente quello in Libia di Sarkozy. E questo perché Gheddafi, quando era al potere, teneva a bada tutta l’area. Non solo la Libia, attenzione, ma una zona vastissima di traffici di merci, di persone, di risorse. La caduta di Gheddafi ha distrutto la struttura, lasciando che ognuno cercasse la propria gloria, per così dire.»

E’ davvero possibile che Paesi infarciti di analisti ed esperti siano stati tanto miopi su un intervento come quello libico? O diamo atto ai complottisti che fosse un piano studiato per portare al caos tutta l’Africa Occidentale?

«Vediamola come una miopia. Terrificante, ma un errore e non una volontà diretta di gettare nello scompiglio milioni di persone. Tornando agli interventi esteri, allarghiamo il discorso. Il fatto che il Qatar rifornisca di armi e di appoggi certe strutture che consideriamo terroristiche, non è forse un intervento neo-coloniale così come quello francese?»

Quanto si stanno modificando le democrazie della zona?

«Parliamo di Paesi molto differenti, ma in Senegal, ad esempio, c’è stata una forte apertura politica in tempi recenti. In questo senso, le “nuove generazioni” hanno fatto breccia in un sistema politico-religioso dove le autorità religiose hanno smesso di indicare chiaramente chi sarebbe stato il candidato politico da votare (cosa che puntualmente accadeva). Il Sufismo, la componente più esoterica dell’Islam, è un elemento chiave nel processo politico della regione. Chiamo queste democrazie “giovani” perché la maggior parte di esse esiste da pochi decenni, e il loro sviluppo (nel nostro senso di intenderlo) ha ancora molta strada da fare. Ma l’approccio politico dell’Islam, così diverso tra campagna e città, dove i cyber-cafè sono affollati da decine di giovani, non è un ostacolo a quello che consideriamo come uno status sociale di base come la democrazia.»

Quanto pensi che i Social Media e le nuove forme di comunicazione possano integrare o modificare le strutture sociali esistenti?

«Il bello di quello che sta avvenendo in Africa è che Facebook riesce a stravolgere la visione classica occidentale sul continente. Nonostante la Nigeria o il Ghana siano Paesi in forte sviluppo economico, sociale, culturale (pensiamo all’industria cinematografica che è Nollywood!), continuiamo a vedere l’Africa come deserto, fame, carestia. Molte cose stanno cambiando, e Facebook o Twitter consentono agli africani di raccontare loro stessi l’Africa che vivono quotidianamente, stravolgendo anche un po’ quel tipo di cooperazione assistenziale-paternalistica così irritante. Il fondamentalismo è oscurantista, e non vede con favore la possibilità che le persone si informino autonomamente attraverso i social network. Il Jihad si basa anche su questo, sul fatto di avere un controllo vero sulle persone che decidono di combattere. Facebook, in questo senso e con tutti i suoi limiti, è davvero un problema per i fondamentalisti.»

Tra l’altro lo stesso avviene per i musulmani, no? Sono gli stessi saraceni del Medioevo che vanno o combattuti o aiutati.

«Infatti, mentre la famiglia dell’Islam è risaputo sia frammentata come e forse più di quella Cristiana. Tra i miti da sfatare, in Mali e in Senegal ci sono seguaci che rivendicano più propria appartenenze religiose. I parametri occidentali vengono smontati, e occorre avere una certa flessibilità per capire bene come muoversi.»

IMG_0457Andrea Menegatti, PhD in Political Science, si occupa di democratizzazione in Africa sub-sahariana e fa ricerca sul campo sulla partecipazione politica nell’area mauro-senegalese. Studioso di politica internazionale e pubblicista su riviste d’area, è stato chair e relatore in seminari internazionali. Ha insegnato “Storia e istituzioni dell’Africa sub-sahariana” presso l’Università di Genova e “Storia dell’Africa” al Master di II° livello GlobAAAl, presso l’Università di Torino. Collabora al corso “Democrazie Moderne” istituito presso il Dipartimento Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino.

P.S. Per chiunque fosse interessato all’argomento, vi terremo informati sulle future presentazioni del libro sulla nostra pagina Facebook!

 

 

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