Se la sfida per l’egemonia passa attraverso le banche

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C’erano una volta i BRICS. Ve li ricordate? Fino a pochissimi anni fa era tutto un parlare di BRICS, di BRIMCKS, di acronimi che avrebbero cambiato davvero la nostra vita. Qualcosa, poi, è cambiato. Nel senso che tra i vari Paesi a cui si faceva riferimento (principalmente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ma poi anche Messico e Corea del Sud), alcuni sono diventati realmente attori di primo piano in campo internazionale, mentre altri sono rimasti ideali. Oggi i BRICS puntano alla creazione di una nuova banca di sviluppo, andando a contrastare lo strapotere finanziario di WB e FMI.

Pochi giorni dopo la fine dei Mondiali 2014, tra le strade brasiliane si respirano arie diverse. Chi pensava che le manifestazioni pre-evento avrebbero goduto di grande risalto, si è dovuto ricredere. Il Brasile ha subito, come squadra, una delle peggiori umiliazioni di sempre, e la popolazione non è certo al settimo cielo per la combo di infrastrutture già in via di decadimento, errori di progettazione, economia lenta e problemi strutturali.

Dilma Rousseff, la Presidenta che punta al nuovo mandato nel prossimo autunno, ha però ancora alcuni assi nella manica per ridare slancio a un’economia in continua espansione che però ha iniziato a rallentare prima, e a fermarsi poi. Dopo il boom dell’ultimo decennio, il Brasile sta cercando di tenere in piedi situazioni molto diverse tra loro. Da una parte la collaborazione con le maggiori economie mondiali è necessaria e strutturata, ma dall’altra la voglia di costruire un nuovo futuro, proprio, ha messo in moto già da tempo meccaniche “avanguardiste”.

10526171_284456915067353_1952463778482072243_nE qui torniamo al punto di partenza. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica si stanno organizzando per mettere a punto un nuovo assetto finanziario post-crisi, grazie alla creazione ex novo di una banca da 100 miliardi di dollari che vada a bilanciare (o a contrapporsi) alle istituzioni internazionali occidentali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

Il progetto è già in cantiere da anni, e la Rousseff è la prima a credere nell’intento. Dare vita a una Banca per lo Sviluppo che possa supportare aree di crisi, possa finanziare grandi progetti infrastrutturali, ma che vada anche a rimpiazzare il cinico FMI come riserva di moneta per fronteggiare nuove crisi finanziarie e investimenti stranieri fuori controllo. Il cambiamento epocale avrebbe come risultato la possibilità di combattere uno strapotere occidentale che strangola economie emergenti che non siano in completa sintonia con il celeberrimo Washington Consensus.

La nuova banca avrà casa o a Shangai o a New Delhi, e potrà poggiare su fondamenta solide. La capitalizzazione, infatti, sarà di 2 miliardi a testa subito, altri 10 miliardi di dollari in 7 anni, e 40 miliardi di garanzie. Certo la volontà politica farà molto per le indicazioni future, ma le variabili storiche possono aiutare. Ognuno di questi Paesi è cresciuto molto negli ultimi anni, ma non ha saputo ancora coniugare in maniera efficace tessuti economici come l’industria pesante e la salvaguardia ambientale, l’occupazione a lungo termine e il terziario, il welfare con gli investimenti. Soffrono tutti, seppur con elevate differenze tra loro, di una volontà di fuga dall’impronta occidentale, ma senza una chiara idea di cosa potranno proporre realisticamente in futuro.

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La stessa creazione della Banca, però, è un chiaro segnale per chi vede il nostro tempo come un’evoluzione in senso multi-polare. Se gli Stati Uniti sono rimasti potenza egemone in campo militare, lo stesso non si può dire per la parte economica e sociale. La capitalizzazione avverrà in diverse valute, e quindi nel medio-lungo periodo è prevedibile che il dollaro statunitense possa essere meno presente nelle economie in via di sviluppo. Molto dipenderà, certamente, anche dalla strada che prenderà l’Euro come moneta di riserva. Sarà abbastanza forte e flessibile? Gli Stati Uniti non stanno a guardare, ma il contesto economico li spinge a non schifare troppo l’opzione di dollaro debole: l’economia avrebbe solo che da beneficiarne, e la produttività sarebbe rinfrancata.

L’ambizioso piano è stato discusso durante l’ultimo summit lo scorso febbraio, quando i massimi vertici si sono incontrati in occasione del G-20 tenutosi a Sidney. Una banca a tutela dei Brics è considerata una strategia necessaria al fine di salvaguardare l’economia dei Paesi vulnerabili a potenziali disinvestimenti stranieri, nonché al fine di preservare lo sviluppo degli stessi attraverso il finanziamento di progetti infrastrutturali. Le possibilità egemoniche, quindi, passano oggi soprattutto dal punto di vista economico. Abbiamo una banca? Pare di sì.

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