Io sto con la sposa, la necessità di un’azione politica

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I luoghi dai quali è partito questo viaggio sono da “Mille e una Notte”. Dunque luoghi leggendari e mitici del passato sono questi di “Io sto con la sposa” – soggetto, sceneggiatura e regia di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry – che racconta la storia di un poeta palestinese-siriano e un giornalista italiano che incontrano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia.

Ma per evitare di essere arrestati, mettono in scena un finto matrimonio. Luoghi di lampade, insomma, di geni, all’occorrenza anche di scimitarre e babbucce d’ordinanza ai piedi. Luoghi martoriati, stretti dalla morsa impietosa dei conflitti arabo-israeliani e dall’altra l’irrisolta questione del Kurdistan. Nel mezzo, con la forza distruttrice di una deflagrazione atomica, le Primavere Arabe, sfociate in Siria nella sanguinaria guerra civile.

Siamo nel novembre del 2013, in un appartamento di Milano. Padrone di casa è Gabriele Del Grande, giornalista free-lance e scrittore, dall’inizio delle Primavere Arabe, grande conoscitore della situazione in Libia e Siria. Con lui, Khaled Soliman Al-Nassiry, poeta, grafico e critico letterario, nato a Damasco da famiglia siriano-palestinese, rifugiato in Italia dal 2009. Terzo co-regista e montatore è Antonio Augugliaro, videoartista attivo sulla scena milanese ed autore televisivo. Dall’altro lato, Abdallah, Mona, Ahmed, Alaa, Manaar. Siriani e palestinesi di ogni fascia d’età, una traversata su un barcone alle spalle, un sogno di nome Stoccolma. Un’idea, forse folle, per passare i confini: inscenare un falso matrimonio, ed un altrettanto falso corteo nuziale, lungo quattro giorni e oltre tremila chilometri. Violando leggi, trattati internazionali, politiche immigrative. E’ un atto di disobbedienza civile, dove l’unico motore è la nobiltà dello scopo. Infine, il 14 novembre dell’anno scorso la carovana parte da Milano, supererà Francia, Lussemburgo, Germania e Danimarca, per arrivare il 18 in Svezia.

Da Milano a Ventimiglia, la prima frontiera superata a piedi attraverso i vecchi sentieri collinari, fino a Marsiglia. Atmosfere thriller in abiti da cerimonia. Poi Nancy, e un’automobile di soli italiani, occhi spalancati e cellulare alla mano, in anticipo di venti minuti per superare i confini di Lussemburgo e Germania. In viaggio si aprono i cuori, si dipanano i racconti, gli aneddoti, l’orrore. La travesata del Mediterraneo attaccati alla barca, sopravvivere a naufragi al largo di Pantelleria, rischiare di rimanere soffocati sotto il peso dei cadaveri. “Solo questo mese sono morti quattro dei miei amici”, dice uno di loro, senza neanche più dolore, né magone, in una accettazione spersonalizzante. Racconti tremendi e momenti felici, con la speranza che riluce negli occhi del giovanissimo Manaar, rapper spensierato che canta la sua terra. L’entusiasmo nello scampato pericolo, ogni volta che un lampeggiante blu si allontana. Bochum, il ponte sul Baltico, Copenhagen. “Questa guerra non è soltanto maschile” la dura sentenza, “Non combattiamo per le case vuote, combattiamo per la gente”. L’ultima tappa, in treno, fra Malmo e la Capitale. Verso la speranza, ora concreta e tangibile.

Una mascherata che beffa frontiere, leggi, polizia, travalica le organizzazioni umanitarie e si cristallizza in un asilo politico meno ispido di quello italiano, o comunque sud europeo. Una nuova vita. All’orrore, talvolta, si può porre rimedio, ed un sorriso salvifico sostituisce la tensione sui volti. Volti di uomini e donne che hanno smesso di essere numeri di rifugiati relegati su un trafiletto, volti che sono ridiventati persone.

I tre registi – assieme alla falsa sposa, Tasnim, amica palestinese e alla decina di amici italiani “invitati”- erano perfettamente consci di rischiare quindici anni di carcere per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, se sorpresi in flagranza, come sanno di essere ancora adesso passibili di denuncia, ma pronti a qualsivoglia battaglia legale. “Io sto con la sposa” è un film sulla necessità di agire personalmente e poco importano i rischi, se la solidarietà, la cooperazione porta a salvare vite umane. Un sogno sincero, sentito, che diventa realtà. Un finanziamento “dal basso” ha contraddistinto la realizzazione di questo documentario, presentato fuori concorso nella sezione veneziana Orizzonti. In sessanta giorni sono stati raccolti 100mila euro attraverso la piattaforma Indiegogo, in un crowdfunding che ha coinvolto oltre 2500 persone, per donazioni provenienti da 38 diversi Paesi.

Distribuito da Cineama, “Io sto con la sposa” uscirà nelle sale italiane il 9 ottobre, forte della calda accoglienza del Lido. Poco importa se cinematograficamente imperfetto, “Io sto con la sposa” mostra l’altra faccia della guerra, l’innata solidale cooperazione del genere umano e la greve dignità di cinque persone a nudo, in lotta contro un mondo ostile e in contro tendenza con una certa opinione pubblica occidentale che sta iniziando solo adesso, trascorsi tre anni dall’inizio del conflitto, a rendersi conto di quanto sia realmente devastante la portata della guerra civile siriana.

Marco Romagna

Articolo apparso originariamente su La Repubblica

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