Lo sviluppo del trasporto passa da Kuala Lumpur

malaysian shipping

Lo Stretto di Malacca è ormai celebre nel mondo per quanto riguarda non soltanto i trasporti, ma anche la politica internazionale, l’accesso via mare all’intero Sud-Est asiatico, e anche per quanto riguarda le strategie della Cina sull’area. Le questioni che si inseriscono in questo contesto sono svariate. I Paesi costieri di questo specchio di mare di 3 milioni e mezzo di chilometri quadrati sono tanti, da Taiwan alla stessa Cina, dalle Filippine al Vitenam, la Malesia, il Brunei, l’Indonesia.

Ognuno di questi Paesi rivendica per sé una fetta del territorio, il che è riconducibile anche alle risorse naturali presenti nel sottosuolo marino. In base alle informazioni della statunitense Energy Information Administration, le profondità di questo tratto di mare nascondono qualcosa come 11 miliardi di barili di petrolio, oltre a circa 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale. Un tesoro nascosto nei mari che fa chiaramente gola a tutti gli Stati costieri.

Tutti questi fattori compongono un quadro estremamente rilevante per il futuro non soltanto della regione, ma per tutto il mondo economico. Vietnam, Cina, Malesia, Filippine, Indonesia e Taiwan hanno sviluppato negli ultimi anni i propri sistemi di controllo costiero, implementando le Guardie Costieri e le Polizie di frontiera. La Malesia, da questo punto di vista, punta a controllare, oltre alle proprie acque territoriali e alla zona economica esclusiva, anche gli Stretti di Malacca e Singapore, insieme alle rotte che collegano Kuala Lumpur con Sabah e Sarawak. Nel 2012 è stato varato un pacchetto di investimenti per ammodernare il sistema delle infrastrutture, per le ferrovie, i porti e i trasporti in generale entro il 2018. Il settore dei trasporti ha già beneficiato di questo progetto di lungo termine, e i risultati si stanno facendo vedere nonostante la crisi economica globale. Nel 2014 Kuala Lumpur è salita dal 24° al 20° posto nella classifica mondiale delle economie più competitive, il che corrisponde alla visione governativa di far diventare la penisola uno Stato “Ad alto reddito” entro il 2020.

All’inizio di ottobre una petroliera vietnamita è stata sequestrata da alcuni pirati nello Stretto di Malacca. L’imbarcazione, che trasportava oltre 2000 tonnellate di petrolio, è stata tenuta in ostaggio con l’equipaggio per alcuni giorni, prima di essere saccheggiata e abbandonata. Quasi il 40% del commercio mondiale passa attraverso questa lingua di mare che collega l’Oceano Indiano al Mar Cinese Meridionale. L’attacco alla petroliera è stato il dodicesimo subito dagli scafi che transitano per lo Stretto a partire da Aprile, sollevando notevoli preoccupazioni sia agli Stati costieri che alle compagnie di navigazione che effettuano questa rotta. Nel 2009 venivano conteggiati 71 attacchi di pirateria, saliti a 161 nel 2013. Eppure è proprio in quest’area che sono state sperimentate le migliori tecniche anti-pirateria oggi utilizzate nel Corno d’Africa.

Stando ai dati raccolti dal Maritime Institute of Malaysia, quasi il 95% delle attività commerciali della penisola vengono trattate via mare, grazie alla favorevole posizione strategica. I porti di Klang e Tanjung Pelepas sono due dei più imponenti scali mondiali, e l’industria navale viene considerata la spina dorsale dell’economia della Malesia, al secondo posto dopo Singapore nella lista dell’Asean per il 2014. Nell’ultimo decennio le attività navali del Paese stanno ridisegnando la gerarchia economica e politica dell’area. Spiega Guido Striglioni, ricercatore italiano del settore trasporti oggi in Malesia: «Nel 2009 Kuala Lumpur rappresentava l’1,05% dell’industria dei trasporti navali a livello mondiale, e questa fetta di mercato ha continuato a crescere con costanza, nonostante le difficoltà della crisi economica degli ultimi anni».

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«A partire dal 2010», continua Striglioni, «il Governo malese ha deciso di puntare con decisione sullo shipping, sviluppando le proprie strutture portuali nella direzione della cantieristica e delle riparazioni navali». Nel 2011 venivano registrati oltre 120 cantieri di costruzione, di cui 48 nella parte Ovest, e 72 nell’Est, impiegando quasi 35mila addetti. Insieme alla Malesia, anche Singapore sta espandendo sempre più le proprie capacità marittime portuali. Dai quasi 30 milioni di TEU movimentati nel 2011, la città-stato costiera punta ad arrivare a quota 55 milioni TEU nel 2018. Il porto malese di Klang ha raggiunto la quota di 10 milioni di TEU nel 2013, e il trend positivo sembra permanere nello scalo.

Kuala Lumpur vuole raggiungere il monopolio delle costruzioni navali entro il 2020, puntando soprattutto su scafi di piccole e medie dimensioni piuttosto che su navi di grande carico. I cantieri navali principali sono collocati a Lumut, Port Klang, Kemaman e Pasir Gudang, per un valore totale di circa 3 miliardi di dollari annui. Solo nel 2011 il settore ha ricevuto investimenti esteri per 2 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il traffico container, la Malesia viene elencata come uno dei primi dieci partner commerciali esteri dei porti di Amburgo e Brema, legando la Germania al commercio del Sud-Est asiatico attraverso lo Stretto di Malacca. Nonostante sia uno dei perni centrali dell’economia, la cantieristica è dipendente dall’estero per le componenti specifiche.I porti principali malesi dovrebbero godere di un forte balzo in avanti alla fine del 2014, grazie alla progettazione e alla creazione di strutture anche fiscali favorevoli al miglioramento del settore.

Si stima che il valore del totale degli scambi commerciali malesi crescerà del 4,4% nel corso dell’anno, con un breve rallentamento rispetto a quanto aspettato. Un risultato comunque notevole che permetterà al settore navale di espandersi ulteriormente. I numeri espressi fino a oggi da Port Klang fanno registrare un +3% nel 2014, con 210 milioni di tonnellate movimentate, mentre il porto di Tanjung Pelepas aumenterà di circa il 3,3%. Il traffico container di Port Klang dovrebbe aumentare di quasi il 9%, mentre Tanjung Pelepas prevede un incremento del 4,5% a 8,29 milioni di TEU.

Articolo pubblicato su The MediTelegraph

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