Paolo Gentiloni, il Ministro-Godot

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Nel Governo Renzi esiste un Ministro in grado di essere completamente invisibile. E’ dotato di super-poteri? Può essere. Dal 31 ottobre scorso Paolo Gentiloni è Ministro degli Esteri in Italia. Ma l’Italia lo sa? E lu

Senza andare a scavare nel passato di Gentiloni, la cui nomina ha stupito più d’uno, basti pensare al fatto che in questo momento il nostro Paese ha, per la prima volta, la responsabilità di avere un “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”. Federica Mogherini succede a Mrs. Catherine Ashton, con grande soddisfazione del premier Matteo Renzi e dell’establishment che la sosteneva, nonostante il suo nome avesse fatto drizzare più di un sopracciglio. Ma la Mogherini, che tanto potere effettivo non ha, ma che sta dando comunque interessanti direzioni (almeno teoriche) alla ingestibile politica estera europea, non è il punto della questione.

Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente“. Lo pensano in tanti oggi. Guardando al bacino del Mediterraneo, non è difficile fare due calcoli su quanto questa regione sia ancora fondamentale per gli equilibri mondiali. Con buona pace degli Stati Uniti, che vogliono spronare i loro alleati del Vecchio Mondo a fare di più per non sporcarsi i propri boots. Tuttavia, il Mediterraneo è ancora la casa di oltre 480 milioni di persone, da qui passa il 40% del trasporto mondiale. Non proprio dati trascurabili.

In questo momento basterebbe guardare l’Europa dall’alto. Vedremmo un’Unione Europea con molti, troppi problemi interni. Ma non è questo il dato. Tutte le frontiere europee bruciano. Da un Marocco in bilico a un’Algeria che esiste solo nei trattati commerciali, proseguiamo con una Libia smembrata senza più autorità statuale, un Egitto preso, rovesciato e ripreso ancora una volta nel sangue. E poi Israele, con la sua eterna lotta ai palestinesi e la volontà del suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu di far diventare la Torah la base del diritto statale, facendo diventare il Paese una “Nazione ebraica”. E il Libano a pezzi, una Siria ormai ben oltre il punto di non ritorno, l’IS proprio ai confini turchi, e via via ancora, di missile in missile, fino all’Ucraina, due anni fa capitale del calcio europeo e oggi nebuloso mistero geopolitico.

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L’Italia, in tutto ciò, che fa? Perché Gentiloni, dal giorno della sua nomina (28 giorni fa, come passa il tempo..) non ha detto alcunché. O meglio, qualche frase di circostanza sull’importanza strategica della Libia per l’Italia, ma nulla più. Anzi, in un’intervista a Repubblica di due giorni fa (26 novembre), Gentiloni afferma a Gad Lerner: «Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila. Purché preceduto dall’avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi».

La possibilità di un intervento era considerata folle in questa fase dal vice-Ministro Lapo Pistelli nello scorso numero di Limes “Le maschere del Califfo”, quando affermava: «L’ipotesi mi lascia scettico. A parte il fatto che parlare di intervento militare in questa fase squalifica l’opzione diplomatica, di che missione stiamo parlando? Scartato il revival della “coalizione dei volenterosi”, che non mi sembra abbia dato grandi risultati, resta il naturale cappello dell’UNSMIL, la missione ONU di sostegno alla Libia. Ma poi, che tipo di intervento dovrebbe coordinare? Non di peace-keeping, dal momento che non di mantenere la pace si tratterebbe, bensì di imporla con la forza. Peace-enforcement, dunque: ma con quale mandato e, soprattutto, da parte di chi? L’intervento del 2011, condotto sotto l’egida della Responsibility to Protect per scongiurare il massacro casa per casa ventilato da Gheddafi, non è certo un precedente evocabile». Ecco, appunto.

Insomma, è certo che ci voglia del tempo perché l’avvicendamento alla Farnesina prenda una direzione chiara. Eppure pare evidente che oggi più che mai servirebbe una linea chiara, fuori dall’oblio della retorica, che tracci linee di programma chiare. Aspettando Gentiloni.

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