Se la Turchia gioca da “grande” l’Europa resta senza gas

Mikhail Klimentyev/REUTERS

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Il conflitto in Ucraina non stenta a smorzarsi. Anzi, gli ultimi giorni vedono un crescendo di accuse, minacce e ritorsioni. Intanto i civili restano sotto il fuoco incrociato, e il luogo degli ultimi Europei di calcio, celebrato come un Paese moderno e in pieno sviluppo, sembra essersi trasformato nel Kosovo di fine anni ’90. E in sordina la Turchia gioca una partita pericolosa

Il Vice-Presidente della Commissione Europea Maros Sefcovic atterra a Mosca lo scorso 14 gennaio per incontrare Vladimir Putin. La missione diplomatica ha un solo obiettivo: chiedere al governo russo quali siano le intenzioni circa l’antico progetto del gasdotto South Stream. Anche perché sul finire del 2014 Putin aveva annunciato l’idea di un nuovo, coraggioso percorso: una linea da 63 miliardi di metri cubi annui di gas che scorresse sotto il Mar Nero in direzione delle coste turche, e da lì verso il confine europeo con la Grecia.
Putin mette quindi l’Unione Europea davanti a giochi già prestabiliti, lanciando sul tavolo una proposta che più chiara non si può: voi lasciate che l’Ucraina torni completamente in orbita russa, che non entri nella NATO, e la Russia garantirà l’afflusso di gas. Ma a un altro prezzo, e soprattutto in base a volontà non vostre. Il “Turkish Stream” – così è stato battezzato il nuovo gasdotto – porterà gli approvvigionamenti necessari all’Europa per i prossimi anni, anche perché le instabilità mediterranee e nel Golfo non possono supplire alla mancanza del gas russo, qualora Mosca chiudesse definitivamente i rubinetti.
Vadim Ghirda/Associated Press Freeshare via The Boston Globe

Vadim Ghirda/Associated Press Freeshare via The Boston Globe

Che fare? Intanto la Turchia gioca una partita estremamente delicata, e non più soltanto per l’egemonia regionale contro l’Iran. Gli eventi degli ultimi sei mesi, con l’avanzata del Daesh (IS) e gli attacchi di Parigi, hanno messo Ankara in una difficile posizione. Membro della NATO, da tempo in procinto (sì, no, ma forse, anche poi..) di entrare nell’Unione Europea, la Turchia si trova a fronteggiare diversi fronti politici e militari.
Nel Sud-Est del Paese lo Stato Islamico è a poche centinaia di metri dal confine da tempo. Kobane, la città simbolo della resistenza curda, è un baluardo che difficilmente potrà avere implicazioni militari. La potenza militare turca potrebbe avere facile gioco degli islamisti, ma Erdogan preferisce aspettare lo sviluppo degli eventi. L’avanzata dei “black guys” è pur sempre un ottimo “alleato” contro le temute rivendicazioni dei curdi di Turchia, che insieme ai loro compatrioti apolidi in Iraq e Siria stanno dimostrando di avere capacità tecnica e politica. In Turchia sono presenti molti campi profughi del conflitto siriano, e il passaggio dei foreign-fighters verso il Califfato si può fare quasi esclusivamente attraversando il confine turco.
Il piano di Putin prevede che la Turchia sposi in toto la linea di Mosca. Ma il giorno seguente all’annuncio del Cremlino il Ministro per l’Energia Taner Yıldız affermava che il suo Paese preferiva in realtà esportare l’LNG (Liquified Natural Gas) piuttosto che diventare una semplice tappa della linea. Dello stesso avviso il Yalçın Akdoğan, che ha rimarcato come il Trans-Anatolian Gas Pipeline (TANAP), con la sponsorship dell’Azerbaigian, avrebbe priorità rispetto al piano di Putin.
I giacimenti di gas di fronte alle coste turche sono motivo di grande tensione tra i vari rivali mediterranei. Dalla Grecia del neo-eletto Alexis Tsipras all’amico-nemico Israele di Netanyahu, il gas sepolto sotto decine di metri d’acqua fa gola non soltanto ad Ankara, ma le possibilità che sia estraibile e commercializzabile in tempi brevi sono remote. Intanto Putin vuole anticipare i curdi e l’Iran sulla vendita di gas. Teheran, infatti, potrebbe prendere la palla al balzo e leggere nell’impasse UE-Russia uno spiraglio commerciale che potrebbe riportare a buoni livelli l’economia nazionale.
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