Yemen, il rischio anarchia mette a repentaglio le rotte marittime

(Khaled Abdullah/Reuters) Photo sharing via The Boston Globe free pictures

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Lo Yemen vive oggi uno dei suoi momenti più bui. Le rappresentanze diplomatiche nel Paese di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia stanno chiudendo, a causa delle gravi condizioni di instabilità. Il personale civile delle ambasciate è già stato ritirato, e i colloqui dei rappresentanti delle Nazioni Unite continuano a cercare una mediazione tra le fazioni politiche e i ribelli sciiti, che alla fine di gennaio hanno preso il controllo della capitale Sana’a. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Il Presidente yemenita, Abd Rabbuh Mansour Hadi, ha rassegnato le sue dimissioni il 22 gennaio scorso, in seguito all’attacco al palazzo presidenziale da parte delle milizie Houthi. La crisi minaccia così di far deragliare un processo di transizione iniziato in seguito alla cacciata del Presidente Ali Abdullah Saleh nel 2011, nel contesto delle “primavere arabe”. Nonostante le precisazioni del leader dei ribelli sciiti, Abdul Malik al-Houthi, i governi occidentali stanno evacuando l’area. «È interesse di tutti», affermava a fine febbraio al-Houthi, «che lo Yemen sia stabile». Le rivolte delle regioni del Nord, dove gli Houthi rappresentano un gruppo politico influente, sono dovute alle richieste sempre più insistenti circa una più marcata autonomia. La presenza di rotte commerciali marittime di primaria importanza, attraverso il Golfo di Aden, rappresenta una seria preoccupazione per gli Stati coinvolti.

I Paesi esportatori di petrolio guardano con apprensione agli sviluppi di una crisi politica che sembra essere solo di rilevanza nazionale, ma che potrebbe significare anche seri pericoli per i loro interessi. A fine gennaio il porto di Aden era stato chiuso in seguito agli attacchi nella capitale, ma è stato riaperto pochi giorni dopo, anche se la situazione rimane molto tesa. L’ansia riguarda soprattutto la rappresentanza politica dello Yemen. Si teme, infatti, che il prossimo passo possa essere una guerra civile, compromettendo la sicurezza dell’intera area geografica. L’ingresso orientale del Mar Rosso, infatti, tocca da un lato Gibuti e il Somaliland, regione della Somalia non riconosciuta a livello internazionale, e lo stesso Yemen.

I rischi per la sicurezza marittima potrebbero diventare insostenibili, con gravi ripercussioni sulle esportazioni e sugli approvvigionamenti energetici diretti in Europa. Il gruppo Houthi controlla il secondo porto del Paese, Hodeidah, oltre alla maggior parte della capitale. I ribelli separatisti delle regioni meridionali e i gruppi affiliati ad Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) potrebbero essere i principali rivali degli Houthi nella lotta per il potere. Washington è attiva sul fronte della lotta al jihad arabo con l’utilizzo dei droni come killer a distanza, ma senza un’autorità statale centrale anche il potere dell’esercito americano è limitato. L’Egitto ha istituito recentemente una forza speciale di dispiegamento rapido che potrebbe intervenire qualora un qualsiasi gruppo ribelle dovesse minacciare le rotte di navigazione nel Mar Rosso.

[Leggi anche l’analisi di Limes, rivista italiana di geopolitica]

Il Golfo di Aden rappresenta uno dei fulcri centrali dello shipping e del commercio mondiale in generale, grazie alle oltre 21mila imbarcazioni che lo attraversano ogni anno. La Maritime Security Patrol Area nel Golfo di Aden è un corridoio tra Yemen e Somalia preposto alla sorveglianza e alla protezione delle navi che attraversano ogni giorno le acque in direzione del Canale di Suez. Senza un’autorità statale riconosciuta, anche questa forza multinazionale, a guida statunitense, rischia di cambiare forma, diventando una forza militare permanente in acque molto trafficate.

I porti principali del Paese, Aden, Al Hudaydah, Al Mukalla, e Mocha, sono in grado di gestire navi da carico, ro-ro, porta-container e bunker, e negli ultimi anni avevano fatto registrare una lenta crescita. Tuttavia, la pirateria somala in primis ha fatto sì che l’area diventasse una delle più rischiose tra il 2005 e il 2010, facendo aumentare in maniera considerevole i premi assicurativi, e comportando anche scelte poco ortodosse come la presenza a bordo delle navi mercantili di personale armato se non di veri e propri soldati, come nel caso italiano.

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Lo Yemen è il “fratello povero” dei Paesi arabi, altamente dipendente dalle sue riserve di petrolio, che rappresentano il 25% del suo PIL, e il 63% delle entrate statali. A partire dal 2006 il governo di Sana’a ha iniziato a diversificare la sua economia, entrando nel business dell’esportazione di gas naturale. Il CEO di Total, Patrick Pouyanne, riferiva alla stampa internazionale a metà febbraio che «le esportazioni yemenite di gas sono in corretta esecuzione». Il terminal di LNG gestito da Total esporta 6,7 tonnellate annue di materiale dalla sua sede di Marib, che arriva alla spiaggia di Balhaf attraverso una pipeline di 320km. I dati della Banca Mondiale prevedono che la crescita economica dello Yemen possa arrivare a un +3,5% nel 2017, ma molto dipenderà dagli sviluppi politici. I rischi derivanti dal crollo del prezzo del petrolio, inoltre, minano le basi sociali di un Paese che vive di una mono-cultura economica come l’esportazione di greggio. Gli sforzi degli Stati confinanti per mantenere la stabilità delle rotte marittime può bilanciare solo in parte le mancanti garanzie politiche statuali, e la situazione resta altamente esplosiva.

Il 19 marzo gli scontri sono tornati ad acutizzarsi. Le milizie filo-governative e le forze ribelli si sono fronteggiate a lungo in quella che è diventata la capitale del Paese de facto, in seguito alla fuga di Hadi nella città. Ma proprio il 19 marzo un caccia veniva avvistato nei cieli sopra al complesso presidenziale, poco prima che gli scontri a fuoco lasciassero a terra una decina di persone. Il centro del conflitto è stato l’aeroporto di Aden, dove il traffico è stato sospeso totalmente. A gettare altra benzina sul fuoco la rivendicazione da parte di Ansar al-Sharia dell’omicidio del giornalista Abdulkarim al-Khaiwani, ucciso il 18 marzo a Sana’a. L’esecuzione di al-Khaiwani, noto attivista premiato dal giornalismo internazionale per le sue battaglie per i diritti umani, conferma che il rischio di una deflagrazione del Paese non è così remota.

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