La Marina Militare italiana si rinnova, a rischio numeri e unità

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Nel novembre del 2014 lo Stato Maggiore della Marina Militare italiana mandava in pubblicazione un documento di grande rilevanza, che è rimasto però confinato ai margini delle notizie di settore. [articolo pubblicato su The Meditelegraph]

La stampa, intitolata “Prospettive e orientamenti di massima della Marina Militare per il periodo 2015-2025”, prevede una serie di analisi puntuali della situazione geopolitica ed economica del Mediterraneo, oltre che delle regioni confinanti, e un’attenta revisione di tutte le unità oggi in acqua, che verranno smantellate nei prossimi anni. Ma come verranno rimpiazzate? E quali sono le unità navali che dovranno operare per gli interessi dell’Italia e delle organizzazioni come l’Unione Europea e la Nato? La questione non è soltanto militare. Il Capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, ha sempre difeso il programma di rinnovo.

Questo prevede la costruzione di 10 nuovi Pattugliatori Polifunzionali d’Altura (PPA), una LHD, unità anfibia, un’unità di supporto logistico e due navi rapide per il Gruppo Operativo Incursori (GOI). La pubblicazione della Marina, mancando ancora all’appello il nuovo “Libro Bianco della Difesa”, che dovrebbe dare indicazioni precise sull’utilizzo dello strumento bellico italiano per i prossimi due decenni almeno, segna un punto fondamentale per l’industria navale nazionale. Il documento prende spunto dalla situazione geopolitica in fieri che rende il Mediterraneo, ancora una volta, il protagonista assoluto dei futuri assetti energetici e politici di buona parte del mondo. La delicata situazione nel Mar Nero con lo “scippo” della Crimea segnato dalla Russia, il caos siriano, la complicata sfida dell’Occidente alle forze jihadiste in Nord Africa, sono solo alcune delle problematiche che un Paese come l’Italia deve affrontare in questi anni. E le previsioni non sono molto incoraggianti.

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Proprio da qui parte la Marina, soffermandosi su una domanda fondamentale: che cosa vogliamo fare della nostra forza navale? Per uno Stato peninsulare, che si estende completamente in un bacino dalle forti tensioni politiche come il Mediterraneo, la risposta dovrebbe essere chiara. Ma non è così.

«Per poter condurre una politica estera e di Difesa credibile», è quindi il pensiero dello Stato Maggiore, «l’Italia dovrà dotarsi di uno strumento efficace in grado di avere un alto livello di presenza e sorveglianza». Il Mediterraneo interessa il 19% del traffico marittimo mondiale, e i rifornimenti energetici di buona parte dei Paesi dell’Unione Europea passano direttamente da queste acque. Senza scendere troppo nel dettaglio degli aspetti militari, l’Italia ha tuttavia bisogno di avere idee chiare rispetto al suo futuro. Essendo uno dei membri più importanti dell’Alleanza Atlantica, dovrà intervenire «laddove possibile e quando necessario», stando al nuovo concetto strategico della Nato. Tradotto: ogni alleato dell’organizzazione dovrà impegnarsi in autonomia per stabilizzare e sorvegliare aree ad alto rischio. Ma tutto questo dovrà essere fatto mantenendo inalterati gli equilibri di fornitura di unità militari e logistiche per altre missioni internazionali, come nel caso di Atalanta (UE) e di tutte gli invii di truppe e sistemi per le missioni a guida ONU.

Le unità navali italiane dovranno quindi essere polifunzionali, in grado di trasportare aeromobili, supporti logistici, ma dovranno anche fare “da scorta” a gruppi navali mercantili, fornire servizi di intelligence, e dovranno essere in grado di raggiungere zone poco ospitali. Da questo rebus, dice lo Stato Maggiore, si esce solo in un modo: rivedere le priorità strategiche ed energetiche del Paese, coordinarsi con gli alleati, ma soprattutto investire, spendere.

Negli ultimi anni la Marina italiana è stata superata dalle sue controparti tedesca e spagnola, e risulta avere la disponibilità di 60 navi. La flotta che risponde al Ministero guidato da Roberta Pinotti risulta già oggi mediamente più vecchia di circa un decennio rispetto a quelle alleate. Per tutti questi problemi la Marina lancia un grido d’allarme. Senza alcuni provvedimenti ad hoc, le unità marittime rischiano di scendere fino all’insufficiente cifra di 21 navi nell’arco di un decennio, con una contrazione del 65% rispetto al presente. Una quota che sarebbe totalmente inutile. L’introduzione di 10 Fregate FREMM, 2 sottomarini, una nave di supporto subacqueo, un’unità logistica e una anfibia sono già state approvate, ma potrebbe non bastare. Bisogna tener conto anche dei cicli di manutenzione, che porterebbero a una Marina Militare inesistente.

Uomini del GOI - Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare

Uomini del GOI – Gruppo Operativo Incursori della Marina Militare

Il progetto prevede quindi una spesa di 10 miliardi di euro nell’arco di dieci anni per mettere in acqua altre 30 navi, integrando le unità con sistemi tecnologici che oggi sono ormai imprescindibili, tra cui gli i droni. Se tutto il progetto della Marina sarà attuato, nel 2025 l’Italia avrà a disposizione una flotta ridotta del 20% rispetto ad oggi, ma in grado di far fronte alle minacce. Il Programma Navale, già finanziato con la Legge di Stabilità del 2014, dovrà quindi essere rimpinguato con altri 5 miliardi di euro, che serviranno all’acquisizione delle unità mancanti.

Lo Stato Maggiore sottolinea inoltre che le ricadute in termini fiscali e occupazionali sarebbero notevoli, in grado di portare alle casse statali circa il 50% dell’investimento totale, oltre a fornire lavoro a circa 12mila persone. Il piano prevede che il settore della cantieristica e dell’Information Technology riuscirebbe ad arrivare al 100% di impiego, eliminando il rischio della cassa integrazione per i lavoratori. Ma la bacchetta magica, si sa, non funziona quasi mai per quanto riguarda progetti di questa portata, e i problemi sorgono già a livello politico. Prima di tutto, l’investimento. Le casse languono, e un’ulteriore spesa di 5 miliardi di euro andrebbe a intaccare necessariamente altri settori. Non sarà facile per il Governo veder approvare dal Parlamento il finanziamento di circa 13 UAV (i droni, che sorvolerebbero le aree strategiche del Mediterraneo), insieme a elicotteri pesanti e convertiplani di ultima generazione.

Lo scorso 15 gennaio il capogruppo del PD Gian Piero Scanu esprimeva «forte disappunto per le pressioni che – da diverse parti – sono state esercitate con intensità su diversi componenti della Commissione Difesa in modo da poter orientare il parere della stessa». La partita è appena cominciata, e c’è da scommetterci che da qui al 2025 gli scontri – in terra, non in mare – saranno aspri.

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