Libro Bianco della Difesa, cosa cambia per la Marina Militare

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«Il contesto globale nel quale viviamo è oggi divenuto straordinariamente complesso, difficile da interpretare e incerto nel suo divenire». Con questa premessa inizia il nuovo Libro Bianco della Difesa, un documento atteso da anni che il Ministero guidato da Roberta Pinotti ha finalmente dato alle stampe a fine aprile. [Articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Già dal preambolo si intuisce come lo strumento della Difesa sia un punto centrale ma estremamente delicato per la gestione delle politiche di sicurezza e degli affari esteri, tenendo conto anche dei settori industriali che vengono interessati, e quindi delle centinaia di migliaia di persone che lavorano intorno al mondo della Difesa.

Le prospettive della Marina Militare, perciò, non riguardano solamente l’impiego di mezzi e uomini in missioni, ma devono necessariamente avere un respiro molto più ampio e di lunga durata. Nel documento edito dalla Marina alla fine del 2014 intitolato “Prospettive e orientamenti di massima della Marina Militare per il periodo 2015-2025” si faceva riferimento ad alcuni punti-chiave imprescindibili per l’efficienza dello strumento militare navale, a partire dal varo di nuove unità.

Subito-alloperaAlcuni mesi prima della pubblicazione del Libro Bianco, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Giuseppe De Giorgi sottolineava la necessità di un programma di rinnovo dei mezzi in acqua, tra cui la costruzione di 10 nuovi PPA (Pattugliatori Polifunzionale d’Altura), unità anfibie e di supporto logistico, oltre che navi per il GOI (Gruppo Operativo Incursori).

Nella pubblicazione veniva sottolineata l’urgenza di un piano di lungo termine per il rinnovamento della Marina Militare, agitando lo spettro di una forza navale completamente insufficiente in caso di mancate decisioni. Il nuovo concetto strategico della NATO, che prevede l’intervento di uno degli Stati membri «laddove possibile e quando necessario», rincarava la dose, spingendo il Dicastero di Roberta Pinotti a prendere provvedimenti urgenti per il finanziamento di tali progetti.

Progetti costosi, si dirà, ma senz’altro fondamentali, stando alle fonti ufficiali. Le nuove unità navali che verranno introdotte, infatti, dovranno essere polifunzionali e adattate sulle priorità strategiche del Paese, in coordinamento con gli alleati. Proprio su quest’ultimo punto il Libro Bianco della Difesa era incaricato di fare chiarezza, ovvero sulla necessità di rivedere in toto le priorità. Da queste, infatti, dipendono non soltanto le scelte politiche, ma anche l’organizzazione degli investimenti, dell’intelligence, della logistica.

Ad oggi, la Marina italiana consta di 60 unità, con un’età media più alta delle “cugine” spagnola e tedesca. Lo Stato Maggiore suggeriva pertanto l’introduzione di dieci nuove FREMM, le fregate costruite da Fincantieri, insieme a due nuovi sottomarini e alle sopracitate navi da supporto per i corpi speciali. Il conto è salato. Oltre 10 miliardi di euro nell’arco di un decennio, contemplando però anche i costi che dovranno essere coperti per la manutenzione e l’ingresso di nuovi sistemi di controllo e d’arma, tra cui gli imprescindibili droni e gli F-35 che saranno in dotazione alla Marina Militare. Di questi, sono quasi 5,5 i miliardi di euro già stanziati nella Legge di Stabilità 2014, tutti a carico del Ministero dello Sviluppo Economico.

Le nuove unità dovranno essere equipaggiate con sistemi tecnologici all’avanguardia, e la cantieristica navale italiana è già all’opera al riguardo. Finmeccanica-SelexES è coinvolta sin dall’inizio su questo fronte, sia per la costruzione sia per l’ammodernamento degli allestimenti delle unità Cavour, Doria, Maestrale, De la Penne e Gaeta.

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La Legge di Stabilità 2015 va a toccare la componente della Difesa in tendenza sugli anni precedenti, ovvero tagliando il più possibile ma senza intaccare, a parere degli esperti, i veri buchi neri di questa voce. Per la prima volta si scende sotto quota 20 miliardi di euro, e la sensazione è che, nonostante la riforma Di Paola del 2012 (che prevede il taglio del personale da 190 a 150mila unità totali per le Forze Armate), gli investimenti continueranno a essere sempre più onerosi, mentre la componente di “Esercizio” sarà quella più penalizzata.

Il mondo contemporaneo è composto di sfide “classiche” per il controllo di regioni e di risorse naturali, e di conflitti “ibridi”, tra cyber-warfare, strumenti di propaganda, guerriglia e fanatismo. Raccogliere tutto ciò sotto un unico ombrello programmatico sembra essere oggi più un esercizio di stile che una vera strategia di Difesa, ma non si può certamente farne una colpa politica. La realtà ci regala scenari che mutano con straordinaria rapidità. Nell’arco di pochi anni si è passati dai programmi europei di partnenariato con la “Sponda Sud” del Mediterraneo, a una chiusura totale con molti di questi attori. L’intero arco del Maghreb è colpito dalla guerra civile e dal terrorismo, mentre Stati nazionali come la Libia si sono dissolti dopo interventi militari quantomeno vaghi e poco calcolati. E basta spostarsi di pochi chilometri per avere un’Ucraina ancora infiammata al suo interno, la Crimea sotto una nuova bandiera, gli attacchi terroristici a Tunisi, a Copenhagen, a Parigi, senza contare la Siria e il controllo dell’ISIS su ampi territori. Gli scenari, perciò, sono estremamente labili e volatili, e per questo, sottolinea il Libro Bianco, è necessario anche rivedere i concetti di base della Difesa.

A titolo d’esempio, il punto 7 recita: «Ferme restando le attribuzioni degli organi costituzionali appare utile una riflessione sull’adeguatezza degli organi decisionali e le connesse strutture di supporto, costituiti negli anni per far fronte a situazioni di crisi o di emergenza». Gli ambiti regionali su cui si concentra il testo sono chiaramente quelli che riguardano più da vicino l’Italia. Mediterraneo, Nord Africa, Sahel, Corno d’Africa, Mar Nero. Le risorse energetiche sono in cima alla lista delle priorità, e l’approvvigionamento del Paese risulta quindi strategico anche per gli investimenti di lungo periodo.

Ma la globalizzazione dei rischi non è sottovalutata, se si rimette al centro della questione l’Alleanza Euro-Atlantica. Roma, insomma, prevede che gli alleati e gli amici di sempre saranno ancora più stretti negli anni a venire, con tutto ciò che ne consegue. Se una politica europea di Difesa è ormai una chimera, chissà che non saranno proprio i partner commerciali a fornire l’occasione per aiutarsi a vicenda. Tra le voci del documento, si può trovare anche la base del pensiero contemporaneo sulla sicurezza: capire, prevenire, intervenire. Tre verbi che spiegano perfettamente quali siano gli orizzonti politici e strategici, ma che difficilmente possono essere implementati senza una reale coesione di mezzi e fini con i partner europei.

I punti-chiave presi in esame dal documento sono i più svariati, e ben rappresentano la sensazione di caos odierno. Mutamento degli equilibri di  potere a livello globale, cambiamenti delle strutture politiche, maggiore influenza e pervasività delle tecnologie. Ma anche urbanizzazione, demografia, mutamenti climatici. Ognuno di questi aspetti deve essere preso in esame, e collegarlo al finanziamento di una o tre fregate è complicato. Tuttavia, le linee guida del pensiero politico sono chiare. Riguardo alla diminuzione degli investimenti per la Difesa, «Protratta nel tempo, tale tendenza diminuirà la capacità di prevenzione e deterrenza dei Paesi occidentali, aumenterà il livello di possibili rischi e minacce alla sicurezza, e comprometterà le capacità complessive di difesa sia degli interessi vitali e strategici, sia dei valori fondanti delle nostre strutture democratiche». Si vis pacem, para bellum.

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