Il tesoro dei faraoni

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«Eni scopre in Egitto il più grande giacimento di gas del Mediterraneo». Le prime parole del comunicato di fine agosto hanno fatto sobbalzare molti, e non solo al Cairo. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Era il 14 marzo scorso quando l’Amministratore Delegato dell’azienda Claudio Descalzi firmava a Sharm El-Sheikh un accordo-quadro del valore di 5 miliardi di euro per sviluppare due progetti da 200 milioni di barili di petrolio e 37 miliardi di metri cubi di gas. Nel giro di pochi mesi, però, Eni ha stravolto completamente le previsioni più rosee dell’area, con una scoperta «di rilevanza mondiale», come affermato dallo stesso Descalzi. Il pozzo Zohr 1X, nelle acque antistanti alla costa egiziana, è situato a 1450 metri di profondità, e dalle prime informazioni tecniche il supergiant possederebbe un potenziale di risorse enorme. Si stima che siano addirittura 850 i miliardi di metri cubi di gas da estrarre, oltre a 5,5 miliardi di barili di greggio. L’area interessata è di oltre 100 chilometri quadrati, il che indica come questa scoperta possa essere la base di sviluppi non solo energetici di notevole portata per l’intera regione.

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Poche ore dopo l’ufficialità del ritrovamento, Descalzi è volato al Cairo per aggiornare  il Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi, il Primo Ministro Ibrahim Mahlab, e il Ministro del Petrolio e delle Risorse Minerarie, Sherif Ismail. «E’ un giorno davvero importante per la nostra società e le persone di Eni», ha affermato l’AD di Eni. «Questo importante risultato è la conferma delle nostre competenze e delle nostre capacità di innovazione tecnologica con immediata applicazione operativa, e dimostra soprattutto lo spirito di forte collaborazione tra tutte le componenti aziendali che sono alla base di questi grandi successi. Questa scoperta storica sarà  in grado di trasformare lo scenario energetico di un intero paese, che ci accoglie da oltre 60 anni». 

Il giacimento, così importante per l’Egitto da poterlo teoricamente portare all’indipendenza energetica totale, non è solo una notizia di economia. L’impatto di questa scoperta potrebbe sovvertire molti degli ordini politici dell’area, già martoriata da conflitti e tensioni mai così acute. Il primo viaggio europeo del Presidente Al-Sisi era stato compiuto proprio a Roma, lo scorso novembre, a siglare anche simbolicamente l’attenzione del Governo Renzi nei confronti di un partner economico importante. L’Italia, che può vantare più di 900 progetti di investimento nel Paese dei faraoni, faceva registrare già nel 2013 uno scambio commerciale pari a 4,7 miliardi di dollari, cresciuto nel corso del 2014. Un prestito di 10 milioni di euro per lo sviluppo dell’alta velocità ferroviaria e investimenti diretti alla modernizzazione di diversi porti erano solo alcuni dei punti dell’incontro di Roma, oltre al settore energetico. Dopo la scoperta di agosto, il collegamento commerciale tra il governo Renzi e quello di al-Sisi è sicuramente più forte.

Ma slegare l’economia dalla politica è un errore, e così la scoperta di Eni deve necessariamente essere letta anche in chiave socio-economica. L’Egitto attraversa ancora oggi una fase di grande incertezza, colpito prima dai moti del 2011, che hanno portato alla cacciata di Mubarak, e poi al golpe dei militari del 30 giugno 2013 nei confronti del Presidente Mohamed Morsi, che ha portato al potere il Generale Al-Sisi. Il governo del Cairo punta molto sullo sviluppo del settore energetico per ridurre il prima possibile la dipendenza del Paese dalle risorse esterne. Si cerca di farlo sfruttando al meglio i giacimenti di gas e petrolio individuati nell’area del Delta del Nilo. Il 6 agosto scorso, alla presenza di vari leader internazionali, al-Sisi inaugurava in pompa magna il raddoppio di un tratto del Canale di Suez. L’intenzione è quella di raddoppiare le entrate provenienti dal passaggio di Suez, raggiungendo i 10 miliardi di dollari all’anno. Il progetto, secondo il Ministro degli Investimenti Ashra Salman, consentirà il transito a navi di nuova generazione che oggi devono circumnavigare l’Africa, tagliando quindi i costi e i tempi di navigazione.

L’Egitto, che potrebbe crescere a dismisura grazie a questo giacimento quasi illimitato di risorse, vive però oggi uno dei suoi periodi più cupi. Il Sinai è colpito costantemente da attacchi ai convogli militari egiziani da parte di gruppi definiti “terroristi”, che oscillano tra la fedeltà al sedicente Stato Islamico e alle frange più dure del movimento dei Fratelli Musulmani, di cui Morsi era esponente di spicco.

L'ostaggio croato

L’ostaggio croato Tomislav Salopek

Agli inizi di agosto è stato diffuso il video della decapitazione di Tomislav Salopek, ostaggio croato rapito il 22 luglio al Cairo, da parte del gruppo Wilayat al-Sinai (operazione di re-branding da parte di Ansar Bayt al-Maqdis, che ha cambiato nome dopo l’affiliazione all’IS). L’uccisione di Salopek, dipendente dell’azienda francese CGG, ha avuto grande risalto in patria, ma ha anche dimostrato al governo egiziano quanto sia facile arrivare nel cuore del Paese, nonostante le eccezionali misure di sicurezza e di repressione in atto. E pochi giorni prima, l’11 luglio, era stata una deflagrazione a svegliare la capitale del Paese. La detonazione di 250 chili di esplosivo aveva semi-distrutto il consolato italiano, uccidendo un passante, anche se l’obiettivo pare fosse il giudice Ahmed al Fuddaly, considerato vicino al presidente al-Sisi. L’attentato seguiva a sua volta di poco l’uccisione del procuratore generale dell’Egitto, Hisham Barakat, morto al Cairo in un attacco bomba il 29 giugno. L’attentato, rivendicato dalla cellula terroristica al-Moqawma al-Shabia (“Resistenza Pubblica”), seguiva la diffusione del video dello “Stato del Sinai”, organizzazione unitasi al Califfato, nel quale i terroristi mostravano l’assassinio dei tre giudici della città di al Arish, nel Sinai settentrionale, il 16 maggio.

La violenza che attraversa il Paese, dunque, non può certamente dirsi scollegata dalla questione economica e dalle potenzialità di una scoperta di questa portata. Eni, la controllata energetica del Ministero dell’Economia italiano, è in Egitto dal 1954, e rappresenta il primo operatore internazionale degli idrocarburi. La produzione odierna  di petrolio egiziana è stimata in 700mila barili quotidiani, con un piccolo disavanzo ripianato dalle importazioni. E il gas, vero protagonista energetico del giacimento, è oggi prodotto in 50 miliardi di metri cubi annui, sufficienti alla domanda interna. Poterne estrarre oltre 800 miliardi di metri cubi farebbe dell’Egitto una nuova potenza energetica ed economica in tutta la regione.

La portata del giacimento a livello petrolifero, tanto per dare un metro di paragone, è pari a undici volte circa il fabbisogno energetico annuale italiano. Sotto a Zohr, inoltre, pare esista un secondo bacino di gas da cui poter attingere, il che spingerebbe la scoperta a livelli record nel mondo. Durante un’audizione al Senato italiano il 9 settembre, Descalzi ha spiegato che gli obiettivi di estrazione sono molto ambiziosi, con l’intenzione di riuscire a sviluppare il pozzo già nel 2017. Il Cairo vede all’orizzonte un El Dorado che vuole trasformare in una quota compresa tra il 65 e il 70% della produzione totale del Paese. Tradotto, una grande forza motrice per lo sviluppo economico, l’ammodernamento completo di svariati settori industriali, maggiore ricchezza, maggiore possibilità di dare lungo corso a un processo politico in fieri. Nonostante Eni resti con i piedi per terra, è chiaro che questa scoperta può fornire all’Egitto una leva di impressionante misura.

L'impianto di Damietta

L’impianto di Damietta

Il costo complessivo dello sviluppo di Zohr, a detta di Descalzi, dovrebbe essere di circa 10 miliardi di euro, con l’obiettivo di produrre a regime circa 70-80 milioni di metri cubi quotidiani, ovvero intorno ai 30 miliardi all’anno. Il piano, che verrà presentato agli azionisti di Eni a dicembre, prevede anche l’utilizzo della piattaforma offshore di El Temsah e l’impianto di Al Gamil. La rigassificazione avverrebbe poi nello stabilimento del porto di Damietta, già ampliato dalla stessa Eni, insieme a BP ed EGAS nel 2006.

Il gas, inoltre, pare goda anche di ottime proprietà, povero di condensati, di anidride carbonica e di zolfo. L’idea è quindi di procedere rapidamente, così da avere già i primi risultati entro la fine del piano strategico 2015-2018, potendo contare su risorse proprie a livello di impianti, conoscenza del territorio e validi rapporti tra azienda e visione del governo del Cairo. Il lavoro da fare è molto, e le ricadute anche in termini di commesse e di occupazione sono certamente rilevanti. Eni invita comunque alla cautela, perché nonostante le buone notizie servono ancora tempi e modi specifici perché il giacimento si trasformi in motore economico reale.

E’ lo stesso Descalzi a promuovere l’idea che l’area marina compresa tra Israele, Cipro ed Egitto si sviluppi come un unico immenso hub energetico del gas, ma le resistenze sono forti. Da tempo si conoscono le potenzialità dei bacini marini chiamati Tamar e Leviatano davanti alle coste israeliane, mentre Afrodite (sul versante cipriota) è ancora in fase di analisi. In un rapporto del 2010 la US Geological Survey stimava che l’area potesse fornire addirittura 4000 miliardi di metri cubi di gas. Tutti e tre i giacimenti principali sono ancora allo stadio di esplorazione, anche se il governo di Nicosia è ancora alla ricerca di partner energetici che possano accollarsi la maggior parte dei costi di estrazione. Il potenziale economico di Afrodite viene considerato in 23 miliardi di dollari, il che porterebbe Cipro a essere uno snodo di fondamentale importanza, oltre che un esportatore primario di gas.

Ma la politica non può certamente dirsi lontana da questi lidi, dal momento che la Russia e la Turchia giocano ruoli di primaria importanza sulla regione. Come se non bastasse, l’Italia potrebbe sì beneficiare (in parte) del gas egiziano, ma difficilmente attraverso la creazione di una complicata opera infrastrutturale sottomarina – troppo costosa. Se la Puglia, la Sicilia o la Calabria potrebbero essere elementi strategici semplici per l’arrivo in Europa del gas di Zohr, è pur vero che la rete del gas in Europa non è oggi in grado di collegare in maniera armonica i vari Stati membri. Se Bruxelles vorrà puntare davvero sugli obiettivi di de-carbonizzazione da raggiungere entro il 2050, serviranno strumenti e investimenti idonei per utilizzare anche il gas che può arrivare dalle coste egiziane

Lo stesso Descalzi si è mosso verso Nicosia all’inizio di settembre per un incontro con il Presidente Anastasiades, per riferire sullo stato delle attività esplorative nell’area, e puntando quindi con rinnovato vigore alla possibilità che il Mediterraneo orientale diventi un grande hub energetico, in grado di fornire ricchezza e stabilità nel lungo periodo.

Gli ostacoli, oltre all’implementazione tecnica, non mancano. Un giacimento di oltre 1,5 miliardi di metri cubi di gas era stato scoperto agli inizi degli anni Duemila davanti alla costa di Gaza, ma la contesa tra Israele e Hamas per i diritti di sfruttamento è aspra in mare così come lo è sulla terraferma per il territorio. I 4 miliardi di dollari potenziali che potrebbero arrivare dallo sfruttamento di questo bacino rimangono fermi a causa della continua ostilità tra le parti, anche perché tutti gli Stati costieri avrebbero da guadagnare (e così, da perdere) dallo sfruttamento di tali risorse. Libano, Cipro, Siria, Turchia, Israele e Palestina, sono tutti attori fortemente interessati da un punto di vista economico, ma la possibilità di vedere questi Paesi cooperare per uno sviluppo regionale è assai limitato, oggi più che mai. Nonostante la ricchezza che si vede all’orizzonte.

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