Libia, il tesoro di ghiaccio

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Un progetto immenso, quasi biblico. Portare l’acqua dove l’acqua non esiste per definizione: nel deserto. Un sogno, una suggestione, ma anche un tentativo di sfidare sempre di più la natura, riportando la fertilità in luoghi che non conoscono questa condizione da secoli. Il Great Man-Made River (GMR) nasce come progetto alla fine degli anni Sessanta in Libia, anche se dovrà attendere il 1984 per vedere i primi lavori. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Quello che venne definito dallo stesso Gheddafi “l’ottava meraviglia del mondo”, ha vissuto diverse fasi di sviluppo. L’idea originale era quella di creare la più grande rete di approvvigionamento idrico che l’uomo avesse mai costruito, dotando la Libia di quasi 3.000 chilometri di tubature e 1.300 pozzi per irrigare non solo le principali città, tra cui Tripoli, Bengasi e Sirte, ma anche l’interno, nel Sahara.

Con i suoi 6.500.000 metri cubi di acqua giornaliera, il GMR avrebbe cambiato radicalmente l’economia e la società libica. Gheddafi, che ha sempre sostenuto con forza il progetto, affida alla Great Man-Made River Project Authority i compiti di esecuzione, che vengono divisi in origine in cinque fasi distinte. La prima viene portata a compimento nel 1991, mentre la seconda tranche di lavori vede la fine nel 1996. La Libia dipende dalle acque sotterranee per la maggior parte della sua fornitura idrica, anche se ormai la maggior parte di acqua che viene utilizzata deriva dal GMR, grazie ai depositi di profondità. Nel 2009 il GMR contribuiva per il 61% della fornitura, diventando quindi la prima fonte di approvvigionamento per il Paese.

Great_Man_Made_River_schematic_EN.svgDal 1990 al 2010, il governo di Muammar Gheddafi ha speso qualcosa come 30 miliardi di dollari per lo sviluppo del progetto, che prima del conflitto che ha portato nel 2011 al rovesciamento del regime del Colonnello, contribuiva con 1,6 milioni di metri cubi di acqua giornalieri all’approvvigionamento delle città libiche. Il suo sviluppo doveva portare entro il 2030 a poter usufruire di 6 milioni di metri cubi quotidiani, ma la incessante guerra civile ha bloccato i piani di espansione. L’esplorazione petrolifera degli anni Cinquanta aveva portato alla scoperta di falde acquifere antiche anche di 40mila anni, e oggi la Libia è assetata più che mai. La terza fase dei lavori è ancora in costruzione, e le operazioni parallele per la formazione e per il corretto utilizzo delle falde, portate avanti da organizzazioni internazionali come l’Unesco, sono ferme al palo.

Proprio in un documento ufficiale del 1991 targato Unesco si può leggere: «L’entità e la complessità dei problemi tecnici e delle responsabilità umane del progetto hanno indotto la Great Man-Made River Project Authority a chiedere all’UNESCO un lavoro di cooperazione nella formazione del personale. A nome della GMRA, l’Unesco sta sviluppando un programma di formazione adeguato». Venti anni dopo, nel luglio 2011, le forze aeree della Nato vengono accusate di aver centrato il GMR in uno dei bombardamenti contro il regime di Gheddafi.

Il deserto era stato scelto in origine come un’immensa distesa da rendere agricola, ma i costi di trasporto e le proibitive condizioni climatiche fecero cambiare strategia ai progettisti, che decisero di trasportare verso le città costiere le acque sotterranee.

Se l’obiettivo a lungo termine era quello di un’autosufficienza alimentare, la produzione di petrolio avrebbe avuto però la meglio sui piani di Tripoli, consentendo l’acquisto di merci di importazione. La questione non si limita a una semplice disquisizione idraulica, ma riguarda la possibilità di ripresa economica e sociale di un Paese oggi in mano a differenti governi, ostili tra loro. La forte instabilità della fascia del Sahel, in Africa, risente certamente della mancanza di risorse fondamentali come l’acqua, divenuta sempre più una delle pedine fondamentali per la geopolitica del Nord Africa e del Medio Oriente.

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Sergio Romano, storico e ambasciatore italiano, raggiunto da MediTelegraph sulla questione, risponde: «Non sappiamo come e quando, ma sappiamo che la Libia si riprenderà da questo caos traumatico. Ma non conosciamo i danni reali che hanno oggi queste infrastrutture, e pertanto non possiamo sapere se il loro sviluppo continuerà».

Le grandi riserve idriche sono sparse per tutta la Libia, non soltanto in relazione alle grandi città. Il progetto originario, oltre a fornire acqua corrente a tutto il Paese, prevedeva anche uno stadio successivo, ovvero rendere fertili e produttivi tutti quei luoghi che naturalmente non potrebbero essere vivibili. Una Grande Libia, nei piani di Gheddafi, che si sarebbe costruita con l’acqua una grande ricchezza. Un vero “miracolo umano”, se consideriamo che solo il 5% del territorio nazionale viene irrigato con l’acqua piovana, e che in larghe zone del Paese passano anni prima che piova.

Intanto la situazione libica è di nuovo sull’orlo dell’abisso. Il Rappresentante del Segretario Generale dell’ONU per la Libia, Bernardino Léon, è stato costretto alle dimissioni in seguito a uno scandalo, e alla fine di ottobre il Parlamento di Tobruk è decaduto. Gli sforzi di Léon sembravano andare in una direzione di accordo di massima per un governo di unità nazionale, ma sarà il tedesco Martin Kobler a sobbarcarsi il suo raggiungimento, anche se le speranze per un lieto fine della vicenda sono scarse.

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2 risposte a “Libia, il tesoro di ghiaccio

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