Cina, all-in sull’Africa tra trasporti e finanza

mugabe

Le mire di Pechino sul continente africano sono note da tempo. Negli ultimi cinque anni si susseguono le notizie sulle infrastrutture africane sostenute o direttamente finanziate dalla Cina, e così anche i piani di sviluppo di interi settori industriali e commerciali. Ma la fine del 2015 regala anche una novità. Lo Zimbabwe prevede di adottare lo yuan cinese come moneta a corso legale in cambio della cancellazione del proprio debito, circa 40 milioni di dollari. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Lo Zimbabwe, retto senza sosta da Robert Mugabe fin dal 1980, è finito ai confini delle alleanze politiche e strategiche occidentali, accusato di essere un regime dittatoriale.

La possibilità che adotti definitivamente la valuta cinese comporta un passo in avanti molto deciso sul piano della solidità con la Cina, avendo messo da parte definitivamente le aperture con l’Occidente. Mugabe, Presidente di turno dell’Unione Africana, vanta il poco invidiabile status di “persona non-grata” negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. La Cina, divenuta negli ultimi anni il maggiore investitore straniero nel Paese africano, è più che disponibile a cancellare un debito modesto in funzione di una notevole facilità di commercio e installazioni grazie alla possibilità di utilizzo della propria valuta.

Patrick Chinamasa, Ministro delle Finanze, ha annunciato lo scorso 21 dicembre che le trattative per la messa a punto del piano sono già a buon punto. All’inizio del mese il Presidente cinese Xi Jinping aveva fatto tappa nella capitale Harare per un viaggio di messa a punto di accordi politici e commerciali di alto livello, che comprendono la costruzione di nuove infrastrutture strategiche, tra cui centrali elettriche.

Lo Zimbabwe già dal 2009 non possiede una moneta ufficiale nazionale, a causa dell’iper-inflazione monstre che aveva raggiunto picchi da capogiro (oltre 500%) rendendo inutilizzabile la valuta. Nel corso degli ultimi sei anni sono state adottate svariate monete. Dollaro statunitense, Sterlina britannica ed Euro per gli scambi commerciali, Rand sudafricano e Pula del Botswana per l’economia reale. Nell’ultimo quinquennio lo Zimbabwe ha ricevuto prestiti per un totale di 1 miliardo di dollari a basso interesse dalla Cina, che rappresenta il secondo partner commerciale in termini assoluti dopo il Sudafrica. Lo yuan, di fatto, è già moneta corrente ad Harare, ma la sua ufficializzazione potrebbe spostare ulteriormente il baricentro africano nell’orbita cinese.

yuan2L’unico vero cambiamento verrebbe dalla cancellazione dei debiti nei confronti di Pechino, anche se l’opposizione politica di Mugabe teme che sia solo una mossa per fingere un debito “morale” nei confronti del grande partner asiatico, così da alleggerire gli eventuali controlli sulla vendita a basso costo di immensi spazi e risorse minerarie. L’alleanza tra Mugabe e Pechino ha origini lontane, rinsaldate in questo periodo anche dalla premiazione del Presidente africano con il Premio Confucio per la Pace – l’alternativa cinese al Nobel.

Nel gennaio 2015 una delegazione politica era arrivata ad Harare per discutere nel dettagli vari accordi economici firmati nell’agosto dell’anno precedente. L’obiettivo era anche quello di assicurarsi la presenza di personale cinese di alto livello nelle aziende statali e controllate, in modo da avere una visione più organizzata degli investimenti. L’impianto statale dello Zimbabwe, retto da Mugabe con sistemi “dittatoriali”, secondo UE e Stati Uniti, colpisce direttamente i diritti umani, e questo fu la pietra dello scandalo che fece precipitare le relazioni diplomatiche e commerciali tra Occidente e Zimbabwe già nel 2003. Alla fine del 2014 Mugabe avrebbe dovuto ripagare oltre 60 milioni di dollari di interessi sui prestiti cinesi ricevuti, soldi che però non sono mai arrivati a destinazione. La Cina, dal canto suo, forza quindi la mano facendo leva proprio su questi accordi non rispettati, esigendo una connessione sempre più forte tra le due economie.

Intanto Pechino si muove anche su tanti altri fronti in Africa. Dal 2008 sono state oltre 60 le navi battenti bandiera cinese schierate nel Golfo di Aden nelle acque al largo della Somalia per le missioni di scorta e anti-pirateria, e l’installazione di una base militare navale in Gibuti sembra essere questione di mesi. L’accordo tra i due Stati deve essere letto anche in un contesto più ampio, ovvero all’interno della cornice di ampliamento del potere marittimo cinese, non soltanto nelle acque asiatiche. Gli interessi specifici di Pechino in Africa – con la costruzione di infrastrutture ferroviarie e viarie, centrali elettriche e termiche, oltre che nell’estrazione di materie prime – devono essere protetti, e questo indica come la presenza cinese in Africa seguirà necessariamente anche uno sviluppo militare, anche se di minore impatto “visivo” rispetto agli Stati Uniti.

Leonardo Parigi

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