Energia, quale futuro per il mondo?

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Nel momento in cui la Cina fa tremare il mondo per il rallentamento della sua crescita, la finanza e l’economia si interrogano su quali possibilità deriveranno dal crollo del prezzo del petrolio. Nell’arco di un decennio, tra il 2004 e il 2013, i maggiori consumatori europei di energia (Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna) hanno diminuito di 100 milioni le tonnellate di petrolio annue utilizzate. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Una buona notizia per l’ambiente, anche dovuta al boom delle energie rinnovabili, ma su cui pesa certamente la pesante crisi economica che ha distrutto la corsa produttiva d’inizio secolo. Entro il 2040 si stima che serviranno poco più di 8 milioni di barili al giorno per il fabbisogno energetico europeo, che verrà compensato anche dalle energie verdi. La Danimarca, attraverso la compagnia che gestisce la sua rete elettrica – Energinet, ha reso noto a metà gennaio che nel corso del 2015 l’energia eolica ha sostenuto il 42% dei consumi totali del Paese.

Un record storico, perfettamente in linea con la strategia europea di abbattimento dell’utilizzo di energie fossili. Copenhagen vuole continuare su questa strada, rafforzando gli investimenti in un settore che impiega già oggi oltre 30,000 addetti, arrivando al 50% del fabbisogno energetico coperto dall’eolico entro il 2020. L’obiettivo – che oggi sembra utopistico per la stragrande maggioranza degli Stati – è quello di tagliare completamente il fossile entro il 2050.

Negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti hanno creato le condizioni per la tanto agognata indipendenza energetica, passando da un import di oltre il 60% al 40% di energia di importazione. La sovrapproduzione petrolifera odierna, che trascina a fondo i listini delle principali borse mondiali, è in parte dovuta al ritorno dell’Iran sulla scena mondiale in seguito all’accordo con gli Stati Uniti. A metà gennaio in North Dakota si è visto addirittura un prezzo negativo per lo shale oil americano.

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Le attuali condizioni del mercato petrolifero condannano (per il momento) il settore, che negli ultimi anni ha conosciuto un vero boom negli Stati Uniti e non solo. La scarsa qualità di questo tipo di greggio non aiuta di certo la vendita, anche se nell’arco di due anni molte aziende hanno perso anche dieci volte il valore della produzione. Ma un prezzo del petrolio così basso non è solo una buona notizia per il consumatore medio. Pensiamo intanto a un settore industriale di enormi proporzioni nel mondo, che deve far fronte a un eccesso di produzione e quindi di manodopera.

Le stime di crescita della Cina (al 6,5% per il 2016, livello più basso degli ultimi 25 anni), la lenta uscita dalla crisi del 2008 e l’instabilità politica europea sono tutti fattori di grande pressione. Un petrolio che non si vende, inoltre, stabilisce anche gravi ripercussioni per i principali produttori nazionali, che hanno tanto da perdere sia in termini economici che politici. Dal Venezuela all’Arabia Saudita, il pericolo di forti emotività a livello sociale potrebbe essere un innesco per situazioni davvero esplosive.

Ma il XXI secolo è stato battezzato come il periodo d’oro del gas. Il costo del trasporto rimane tendenzialmente alto, sia che avvenga via tubo sia attraverso la liquefazione. La realizzazione delle infrastrutture rende il processo ancora più complesso, anche se diversi attori si sono affacciati sulla scena mondiale con enormi bacini di riserve. Il Qatar è certamente il primo nome da citare. La Russia detiene il 16% delle riserve mondiali di gas naturale, con una produzione annua di oltre 600 miliardi di metri cubi, ma le frizioni tra l’Unione Europea, la Nato e Mosca stanno già modificando in parte l’approvvigionamento diretto di gas verso Occidente.

Le recenti scoperte di immensi bacini di gas naturale nelle acque del Mediterraneo da parte di Eni alzano ulteriormente l’asticella dello sviluppo di questo tipo di energia, ma gli appetiti dei Paesi costieri non sono direttamente proporzionali alla stabilità e agli investimenti. La questione climatica è ormai di primaria importanza per le agende politiche di tutto il mondo, e gli accordi di Parigi dello scorso dicembre l’hanno ribadito. Nonostante si sia ancora lontani da avere obiettivi concreti e regole ferree, le fonti rinnovabili rappresentano il futuro energetico sotto tanti punti di vista, ma lo stoccaggio rimane un problema insoluto. Il gas, quindi, appare come una buona via per ridurre le emissioni di CO2 mondiali, modificando anche la geopolitica energetica del petrolio.

La scoperta del bacino di gas davanti all’Egitto, lo scorso agosto, potrebbe essere realmente una chiave di volta per uno sviluppo della regione e per un’autosufficienza energetica da leggersi anche come miglioramento delle condizioni economiche e sociali per milioni di persone. Il modello di riferimento dell’International Energy Agency del 2012, a proposito della domanda mondiale, prevedeva una crescita di oltre 3,000 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio entro il 2030.

Il governo iraniano, per voce del Vice Ministro del Petrolio Rokneddin Javadi ha già annunciato l’aumento della produzione di 500mila barili di petrolio al giorno, per evitare che i rivali regionali possano precedere Teheran con scelte simili. Il prezzo del greggio, che si stima resterà al di sotto dei 30-35 dollari a barile per i prossimi mesi, è frutto di decisioni più politiche che di mercato. Se l’Arabia Saudita ha deciso di non tagliare la produzione, infatti, è anche perché cerca di stimolare produttori esterni all’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries) a promuovere interessi divergenti da quelli dell’organizzazione. Ago della bilancia sarà la decisione statunitense di aiutare o meno lo storico alleato saudita a discapito del nuovo amico, l’Iran. Ma difficilmente Obama tornerà sui suoi passi prima delle elezioni di quest’anno.

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