Yemen, nuovi contatti per un cessate il fuoco

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Il 2016 non ha portato ancora nessuna speranza di pace in Yemen, dopo la cacciata dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh del 2011, e la deposizione del nuovo Presidente ‘Abd Rabbih Mansur Hadi lo scorso anno. Le truppe della coalizione del Golfo Persico, che supportano le forze governative, erano riuscite a riconquistare parti della città portuale di Aden alla fine della scorsa estate, ma le milizie in campo sono a un punto di stallo. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Il 17 febbraio un attacco kamikaze ha distrutto una caserma dell’esercito yemenita nella città, divenuta in questi mesi il quartier generale del governo del Presidente Hadi, dato che la capitale Sana’a rimane occupata dai ribelli sciiti dopo la conquista della scorsa primavera. Una situazione estremamente tesa, una guerra civile che vede coinvolti attori statali e milizie, con la sempre più grande possibilità che l’instabilità diventi un fattore permanente.

Gli attentati si susseguono nelle principali città dello Stato, nell’angolo Sud Occidentale della penisola araba. L’Arabia Saudita ha iniziato solo nei primi giorni di marzo dei colloqui con la fazione Houthi, dopo almeno otto mesi di incessanti bombardamenti che hanno reso lo Yemen un teatro di guerra per procura molto simile alla Siria. Le ambizioni e le volontà degli attori che si scontrano nello Yemen, infatti, sono simili a quelle che si consumano sul suolo siriano da anni.

L’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, l’Egitto e l’Iran sono solo i principali protagonisti di questa ennesima prova dei cambiamenti in atto nella regione. A farne le spese la popolazione yemenita, bombardata e gravemente colpita da una crisi umanitaria che non conosce sosta. Secondo l’UNHCR sono quasi 2 milioni e mezzo le persone costrette ad abbandonare le città e le proprie case. Nei governatorati di Taiz, Hajjah, Sana’a, Amran e Sa’ada la percentuale di profughi raggiunge il picco assoluto. Il Paese si presenta oggi fondamentalmente spaccato in tre tronconi. A Ovest il “Comitato Rivoluzionario”, coordinato dai ribelli Houthi e dalle milizie sciite iraniane e della forza libanese Hezbollah, mentre al centro e nell’Est si trovano le forze governative supportate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. In molte città, tra cui Aden, gode di ottima salute Daesh (o Isis).

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La prima insurrezione degli Houthi risale al 2004, ma la situazione, congelata dalla forza governativa, è tornata ad agitarsi nel contesto delle cosiddette “Primavere arabe” del 2011, quando gli Houthi hanno preso terreno e vigore, spingendosi fino alla capitale Sana’a. Fonti specializzate danno al-Qa’ida al comando della città portuale di al-Mukalla e di Tarim, mentre pare difficile che la situazione si possa stabilizzare in tempi brevi. Le parti in gioco sono molte, e la disponibilità militare e tattica di ciascuna di esse è ben lontana dall’essere esaurita.

Intanto il governo yemenita, cacciato dalla capitale e stabilizzatosi nella città portuale di Aden, continua a cercare una strada per riconquistare Sana’a. Le negoziazioni tra Arabia Saudita e Houthi sono decisamente instabili, e si teme che il processo di stabilizzazione sarà lungo e pericoloso. I contatti in corso, già smentiti ufficialmente dal governo yemenita, sono frutto di un intenso lavoro di mediazione dell’Onu, e sarebbero in corso in Giordania, ad Amman.

L’Arabia Saudita considera lo Yemen come una questione di sicurezza, e non solo per il confine che li separa, ma perché potrebbe dare un esempio alle minoranze sciite di alcune zone del Paese. La presenza forte di al-Qa’ida in Yemen, tra l’altro, complica il quadro. AQAP (al-Qa’ida nella Penisola Araba) controlla ampie zone di territorio, e rappresenta una minaccia per ognuna delle altre forze in campo, contrapponendosi a tutti gli altri. All’inizio di marzo un drone ha ucciso quattro sospetti militanti di AQAP nella provincia meridionale di Shabwa. Gli attacchi via drone degli Stati Uniti contro al-Qa’ida continuano con costanza, così come era successo durante il governo Hadi, e prima ancora durante il regime di Saleh. Una strategia voluta con forza dallo stesso Presidente Obama, che ha portato avanti una continua battaglia aerea contro gli uomini yemeniti di quella che viene considerata la forza più potente di tutto il network qaidista.

Ma la partita sullo Yemen comprende necessariamente anche l’intera regione, perché controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, rotta commerciale primaria nel mondo. L’attracco nello Yemen sulla strada verso il Canale di Suez rappresenta una tappa naturale sulla rotta Asia-Europa, mentre il presente vede una nuova fermata nel porto di Dubai. Un giro più lungo e costoso, che però sta favorendo anche l’Oman, che ha deciso di aprire i porti a una strategia più ampia, puntando al ruolo di hub regionale. Il porto di Sohar è stato recentemente ampliato, anche grazie all’assistenza del porto di Rotterdam. Intanto l’aeroporto di Aden prevede di riaprire al traffico commerciale nel giro di poche settimane, una mossa che vorrebbe dimostrare la stabilità del governo di ‘Abd Rabbih Mansur Hadi. Lo scalo internazionale è rimasto chiuso, se non per sporadiche riaperture, dallo scorso luglio, quando i ribelli Houthi erano riusciti a conquistarlo. Nel frattempo le autorità del porto di Aden hanno reso noto che lo scalo prevede di espandersi, rimettendo in funzione il , fermo da oltre quattro anni.

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