Il Kenya si candida a nuovo hub regionale

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In Africa Orientale, a metà strada tra Europa e Sudafrica, il Kenya si sta organizzando per un salto di qualità a livello regionale e globale. Il nuovo hub dei trasporti e del turismo si trova qui, su queste spiagge bianche? Pare di sì, se consideriamo che Nairobi rappresenta oggi il quarto Paese al mondo per crescita economica, con un tasso del +6,8% nel 2016, stando alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

All’inizio di aprile dello scorso anno l’attacco terroristico nel campus universitario di Garissa fece strage di 150 studenti, e un anno dopo la paura degli estremisti ha fatto crescere del 15% gli investimenti nazionali nel comparto della sicurezza. Maggiori controlli, polizia, anti-terrorismo. Ma anche una crescita economica che risulta essere un’arma estremamente efficace contro l’instabilità. Nel 2017 il porto di Mombasa sarà collegato alla capitale Nairobi in quattro ore e mezza da un treno ad alta velocità, e il turismo è solo una delle frecce nella faretra economica keniota. Il contributo del nuovo collegamento ferroviario è stimato in un +1,5% sull’economia nazionale annuale, stando alle previsioni di Kenya Railways. L’investimento prevede anche l’acquisto di 56 locomotive, 1620 vagoni merci e una quarantina circa di vagoni passeggeri.

Nel frattempo è già stata completata la prima fase del progetto di sviluppo del porto di Mombasa, che ha aumentato di 500mila TEU la propria capacità di smistamento e di stoccaggio. Con un finanziamento da 217 milioni di dollari da parte del Giappone, il terminal container Kipevu sta portando avanti i quattro anni di lavori. Nuove gru ship-to-shore, allungamento della banchina e ammodernamento del parco macchine. I prossimi tre anni saranno decisivi per la crescita dello scalo, che vuole primeggiare nell’intera regione, diventando un hub importante nell’Oceano Indiano, potendo anche sfruttare gli eterni problemi della Somalia, che di fatto non ha più capacità operative. Kenya Ports Authority (KPA), che gestisce il porto di Mombasa, ha annunciato all’inizio di quest’anno una gara per selezionare le aziende che si occuperanno della fase di ampliamento dello scalo nel periodo marzo-novembre 2016.

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Tra queste, figurano APM Terminal, DP World, China Merchant Holdings e Cosco Pacific. Questa seconda fase di lavori porterà lo scalo a dotarsi di due ulteriori banchine di rispettivi 200 e 300 metri. Il progetto prevede di arrivare a una capacità logistica di 1,2 milioni di TEU annuali entro il 2019, e sarà interamente gestito da privati. Questo secondo terminal affiancherà il primo, gestito dalla stessa KPA, e sarà dato in concessione per 25 anni. Ma il governo di Tokyo non è interessato solo allo sviluppo dello scalo di Mombasa. La diversificazione degli interessi giapponesi nel Paese riguarda anche l’energia, l’educazione, le infrastrutture, la sicurezza. Addirittura, il governo giapponese vuole riuscire nell’impresa di trasferire la propria filosofia lavorativa, detta “Kaizen”, nelle pratiche pubbliche keniote. Banalizzando il termine, potremmo definirlo un “miglioramento continuo” nell’ambito lavorativo e del business.

Un rinnovamento progressivo costituito da piccoli passi continui, che potrebbero portare il Kenya a raggiungere standard di efficienza competitivi sullo scacchiere mondiale. Che il Giappone riesca o meno a educare gli oltre 44 milioni di abitanti, è questione del futuro. Per il presente, invece, sono ben visibili i risultati della partnership pubblico-privata tra i due Paesi. Mombasa è già oggi il secondo porto africano per capacità di TEU, ma gli investimenti cinesi nello scalo di Port Bagamoyo in Tanzania sfidano il Kenya a un rilancio in grande stile. L’approvazione di una nuova zona economica speciale nella regione di Dongo Kundu potrebbe aiutare ulteriormente i volumi e i traffici interni ed esterni del Paese. Intanto è stato firmato l’accordo da 228 milioni di dollari da parte della Banca di Sviluppo Africana per il finanziamento del ripristino della connessione stradale tra Kenya e Tanzania.

Sono oltre 170 i chilometri che separano le città di Isebania e Ahero, ma la ristrutturazione dell’asse stradale favorito maggiormente lo scambio commerciale tra i due Paesi. La strada, inoltre, è la principale rotta commerciale tra il porto di Manza, in Tanzania, quello di Kisumu in Kenya, fino ad arrivare a Juba, in Sud Sudan. Un asse strategico, quindi, che punta al dimezzamento dei tempi di percorrenza. Il progetto, che prevede anche la costruzione di altri 77 chilometri di strade secondarie, è finanziato per il 15% dallo stesso governo del Kenya. Anche a livello energetico, sono da segnalare importanti novità. Lo scorso febbraio la compagnia britannica TullowOil rendeva noto di aver realizzato una scoperta, ritenuta “significativa”, di nuove riserve petrolifere tra Uganda e Kenya, stimabili in oltre 600 milioni di barili di greggio. Nonostante gli investimenti mirati a un miglioramento sostanziale dell’economia del Kenya, la sicurezza rimane ancora un punto cruciale per il destino di Nairobi. Il pericolo principale rimane ancora Al-Shabaab, l’organizzazione estremista somala che controlla importanti zone del Sud-Est del Corno d’Africa.

706x410q70al-shabaab-threatDopo la strage di Garissa, il Kenya ha investito molto sui temi di sicurezza e prevenzione, ma Al-Shabaab è tutt’altro che un nemico sconfitto. Confluito ufficialmente nel 2012 in al-Qaeda, il gruppo somalo detiene ancora importanti fattori di instabilità in Kenya. La partecipazione di Nairobi nelle missioni dell’Unione Africana per ristabilire pace e stabilità a Mogadiscio ha solo aumentato il rischio, ma il Kenya rimane ancora un obiettivo estremamente sensibile. La frontiera che divide i due Paesi non ha controlli ritenuti efficaci, e nei quasi 700 chilometri di linea di confine proseguono i traffici illegali, tra cui le esportazioni illegali di carbone e di zucchero dalla Somalia.

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