Droni, fra tecnologia e rischi

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Porteranno il cibo a domicilio. Consegneranno i nostri acquisti. Rivoluzioneranno la logistica e il mondo dei trasporti, a corto e a lungo raggio. Ma potranno anche operare come sorveglianza speciale, saranno in grado di aiutare le forze di polizia. E potrebbero essere anche in grado di portare a termine una missione “suicida”. [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Quando la tecnologia ha deciso di sterzare verso la fantascienza, i droni erano in assoluto il piatto preferito del mercato. Dopo decenni a leggere fumetti e a guardare film dove le navicelle erano in grado di farci volare e fluttuare in aria, oggi quel traguardo è più vicino che mai. Certo, i droni contemporanei sono ancora lontani dall’idea futuristica di queste macchine, a metà tra Star Wars e Blade Runner. Hanno eliche e sono rumorosi, in molti casi sembrano solo piccole piattaforme di metallo che si spostano. Oppure possono essere letali, come nel caso dei droni teleguidati che vengono ormai utilizzati come killer dagli Stati Uniti, che non fanno mistero del loro utilizzo in contesti geopolitici ad alto rischio, come in Yemen e in Somalia.

Ma la strada è questa, e nel prossimo futuro vedremo un utilizzo sempre più coinvolgente dei droni, anche se le regole nazionali per il volo sono stringenti, ed è ancora lontano il momento in cui i droni affolleranno i nostri cieli. Ma è già il tempo per riflettere sull’utilizzo pratico di questa nuova tecnologia. Sempre più rapida, più stabile, più capace di portare e spostare merci e accessori. Se le fotografie e i filmati avranno una sponda decisamente più ampia grazie all’utilizzo dei droni, cosa possiamo dire per quanto riguarda la sicurezza? A metà aprile un volo British Airways in atterraggio all’aeroporto londinese di Heathrow pare abbia avuto un contatto con un  drone. Nessun problema per il volo, che trasportava 130 persone, ma è necessario già oggi un approccio pragmatico all’utilizzo dei velivoli senza pilota. Intanto nel mondo prolificano non soltanto le aziende che si occupano della commercializzazione e dello sviluppo di queste macchine, ma anche delle società che fanno dei sistemi anti-drone il proprio core-business.

amazon_droneE non è detto che le due parti siano in contrapposizione. Ogni volta che si sviluppa una nuova tecnologia, è necessario anche prevedere un sistema analogo di limitazione. Così è stato per la diffusione dei computer ad uso domestico, che hanno avuto bisogno di sempre più sofisticati sistemi anti-hacking. E così è per i droni, per cui le stesse aziende che vendono gli UAV (Unmanned Air Vehicle) possono fornire anche assistenza tecnica e sistemi per controllare che in un determinato territorio non ci siano accessi illegali. Pensiamo alle singole proprietà private, ma anche a zone sensibili e molto ampie come aeroporti, stazioni ferroviarie, porti e così via. Dall’inizio del 2016 diversi centri di ricerca hanno messo in guardia dal pericolo che può derivare da una massiccia commercializzazione senza controllo dei droni. E se c’è già chi pensa a un registro internazionale di “piloti” autorizzati per aver libero accesso all’acquisto, il tema centrale della questione, oggi, non può che essere il terrorismo.

Gli episodi tragici che hanno colpito l’Europa nell’arco di un anno, tra Parigi, Copenhagen e Bruxelles, devono far riflettere. In tutti questi casi non si è cercato un luogo necessariamente iconico, ma si è cercato di massimizzare il numero delle vittime in contesti urbani molto affollati. Quali che siano le reali possibilità del terrorismo oggi in Europa o al di fuori di essa, è necessario pensare a cosa potrebbe fare un singolo drone, ben armato o equipaggiato con una bomba, nei cieli di una qualsiasi città. L’allarme lanciato dall’Oxford Research Group e dall’istituto olandese sugli armamenti “Ares” riguarda esattamente questi aspetti. “Esiste ancora un ampio divario tra le possibilità armate di un singolo e di un gruppo rispetto all’utilizzo di droni, ma il gap si riduce in maniera estremamente rapida”, la sintesi del pensiero di entrambi i centri di ricerca. 

Gli scenari sono vari. Dal singolo attacco a un luogo cittadino alla possibilità di attaccare una nave da crociera appena fuori da un porto, ad esempio. Le flotte dovrebbero quindi dotarsi di segnalatori in grado di rilevare la presenza di oggetti volanti potenzialmente nocivi? Ma la fantasia può portare a scenari anche più terrificanti. La questione rimane irrisolta, ma è all’ordine del giorno se guardiamo allo sviluppo del settore nel lungo periodo. Già da diverso tempo si ipotizza anche l’arrivo nei mari di navi-drone, cioè comandate completamente da remoto, senza nessuna presenza a bordo. O ridotta al minimo indispensabile. Una possibilità che è già stata ridimensionata dagli addetti ai lavori, per gli enormi costi di gestione che potrebbe avere, e anche per la pericolosità di un simile scenario. Un errore in fase di manovra, piuttosto che un attacco hacker al sistema, e si rischierebbe di avere un cargo da 10-15,000 TEU senza governo. Nonostante le bocciature, alcune aziende perseguono comunque questo obiettivo, da portare a termine nell’arco di 5-8 anni. Tra queste, Rolls Royce, che lo scorso mese ha presentato una proiezione del futuro del trasporto via mare.

Una cabina di controllo con un gruppo di una quindicina di persone a governare una flotta in giro per il mondo. Possibile? Attraverso rilevamenti satellitari e droni in grado di raggiungere le imbarcazioni in caso di necessità, la risposta pare essere positiva. La ricerca di Rolls Royce, condotta in tandem con la “Tampere Unit for Computer Human Interaction”, segna una visione per nulla intimorita dalle potenzialità del controllo remoto. Uno sviluppo tecnico che potrebbe portare benefici economici, ma che rischia anche di moltiplicare i problemi. Se la velocità di evoluzione tecnologica rimarrà questa, lo scopriremo presto.

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