Acqua, la leva di sviluppo della Giordania

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Se l’acqua è sicuramente una fonte non solo di benessere ma anche di ricchezza, questo è ancora più vero se parliamo di zone tendenzialmente aride. Il Medio-Oriente è certamente una delle zone più sensibili al tema, e molto è già stato detto negli ultimi anni sulla correlazione sui fattori ambientali e la stabilità politica, le migrazioni e la crescita economica delle nazioni [articolo pubblicato su The MediTelegraph]

Dal Marocco alla Turchia, tutto l’arco del Mediterraneo è coinvolto direttamente in una fase estremamente delicata anche da un punto di vista ambientale. Per avere a disposizione grandi bacini acquiferi, però, bisogna investire molte risorse. Ecco allora che diventano protagonisti grandi visioni infrastrutturali, dal  progetto del Great Man-Made River in Libia, al Disi Water Conveyance Project in Giordania. Un disegno da oltre 1,2 miliardi di dollari di costo totale, capace di controllare oltre 100 milioni di metri cubi all’anno, pompandoli dalla falda acquifera di Disi verso la capitale Amman.

Quattro anni di lavori, dal 2009 al 2013, sostenuti in parte anche dalla Banca Mondiale e dal governo statunitense. Il bacino di Disi però non è di esclusivo utilizzo della Giordania, poiché solo in parte rimane sotto il territorio di Amman. Anche l’Arabia Saudita utilizza Disi per avere acqua corrente, e sono già sorte alcune controversie tra i due Paesi per la gestione del sito. La Giordania ha sempre sofferto la scarsità d’acqua come un fattore determinante non soltanto per la mancanza del bene di per sé, ma anche perché questa condizione impone scelte politiche e industriali nette.

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Ancora oggi nella capitale ogni persona ha a disposizione circa 36 ore settimanali di acqua corrente, nonostante l’accresciuta capacità delle infrastrutture. Come se non bastasse, la presenza di Giordania di molti rifugiati siriani non può che aggravare il già precario equilibrio di risorse. Secondo l’UNHCR, sono oltre 650.000 i siriani che hanno trovato rifugio in Giordania, su una popolazione totale che supera di poco i sei milioni di abitanti totali. Il report delle Nazioni Unite sullo sviluppo mondiale dell’acqua conferma che il trend ambientale apre scenari veramente drammatici. Il 2016 si è confermato come l’anno più caldo e secco da decenni, e i fattori sono molteplici. Dal cambiamento climatico in sé all’uso improprio delle acque, dall’inquinamento delle falde alla progressiva desertificazione di grandi aree, le risorse sono ormai esigue.

Considerando, inoltre, la grave instabilità politica dell’intera regione, non è possibile immaginare un futuro prossimo votato allo sviluppo pacifico e condiviso dell’acqua fra tutti gli attori. Il progetto di Disi ha avuto senza dubbio un forte impatto sullo sviluppo del Paese e sulle capacità quotidiane della popolazione e del commercio. Problema cronico del Regno, e più in generale di tutta l’area, la scarsità d’acqua è stata in parte sublimata da quest’opera che consente di avere acqua corrente non soltanto nella capitale, ma anche in altre cinque città che vengono toccate dal percorso della pipeline. Il report a cura delle Nazioni Unite “World Water Development” spiega che centinaia di migliaia di persone in tutto l’arco del Mediterraneo stanno vivendo anni di grande penuria d’acqua.

Il 2016 ha fatto registrare drammatici mesi estivi in Sudan, Siria, Marocco, Libia, Algeria e Giordania. Anche nello Yemen, altro Paese colpito da una grave instabilità politica e istituzionale, l’acqua è diventato un bene quanto mai prezioso. La mancanza di un governo stabile, oltretutto, significa anche che le regolamentazioni e le normative vengono completamente aggirate. Stando ai dati ufficiali delle Nazioni Unite, più della metà della popolazione yemenita non ha più accesso all’acqua potabile, e la guerra in corso sta distruggendo le colture, aumentando malattie, rischi di epidemie e numero delle vittime. La gestione virtuosa dell’acqua non è una questione accademica in regioni come il Medio Oriente. E’, anzi, un sistema basilare di sopravvivenza, che deve essere necessariamente integrato nel sistema complesso degli Stati.

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Oggi le risorse idriche sono messe a dura prova dai cambiamenti climatici, dalla progressiva desertificazione di ampie aree del mondo. Inquinamento, uso improprio delle acque, dispersione dell’acqua e distruzione delle infrastrutture fanno il resto, compromettendo anni o decenni di sviluppo. Il progetto di Disi, quindi, assume un’importanza non meramente sociale, ma anche economica e strategica. L’intero sistema richiede il 4% della produzione elettrica nazionale per funzionare a pieno regime, e dovrebbe essere completato nel prossimo gennaio. Collegato al progetto Disi, il “Two Seas Canal Project” andrebbe a implementare il sistema idrico della regione. Grande sponsor del disegno è stato per anni l’ex Presidente israeliano Shimon Peres, recentemente scomparso.

Un accordo di cooperazione tecnica tra Giordania, Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e l’Agenzia Francese per lo Sviluppo (AFD), firmato lo scorso maggio, prevede la realizzazione di tre studi che analizzino le implicazioni economiche e ambientali della creazione di un’opera che andrebbe a collegare Mar Rosso e Mar Morto. Quest’ultimo, in fase di grave desertificazione, potrebbe beneficiare degli oltre 400 metri di pendenza rispetto al Mar Rosso. L’acqua, così trasportata per oltre 200 chilometri, andrebbe a portare nuova vita al Mar Morto, e potrebbe anche essere sfruttata per generare energia. Ma i problemi non mancano. I costi dell’operazione sono stimati in non meno di dieci miliardi di dollari. Nel febbraio 2015 Israele e Giordania firmavano un accordo ritenuto molto più influente sul piano politico che a livello ambientale.

20131209_israeljodanpa-mapLa cooperazione tra i due Paesi per una costruzione “sociale” avrebbe chiare implicazioni per la geopolitica dell’intera regione. La pipeline avrebbe una portata di 200 milioni di metri cubi annui, di cui 120 destinati a irrigare il Mar Morto, mentre 80 milioni di metri cubi andrebbero diretti verso un impianto di desalinizzazione da costruire ad Aqaba, in Giordania. Da collegare all’impianto anche due centrali idroelettriche. I lavori potrebbero iniziare nel 2018, ma le carte da giocare sono ancora molte da entrambe le parti. Nonostante l’idea di base sia risalente a molti decenni fa, solo all’inizio degli anni Novanta si è iniziato realmente a portare avanti visioni pragmatiche dell’opera.

Il Mar Morto perde circa un metro in altezza ogni anno, e la sua superficie totale si è ridotta di oltre il 30% negli ultimi vent’anni. E’ risalente al 2013 la prima firma congiunta tra i rappresentanti dei governi di Israele, Giordania e Palestina. Lo scorso giugno il Regno Hashemita di Amman ha reso noto di aver ricevuto circa una ventina di offerte da parte di contractor internazionali per la realizzazione dell’opera. Un impianto che potrebbe ristabilire artificialmente una parte delle risorse idriche andate perdute, ma che non andrebbe comunque a risolvere le gravi situazioni idriche della regione.

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